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Cultura & Distopie

L’Ulisse pentito. Quello che il film di Nolan toglie all’Odissea

La recensione dell'Odissea di Christopher Nolan: la zattera, i cavalieri, il finale cambiato — e perché l'Ulisse pentito tradisce l'archetipo di Omero.

Andrea Prosperi
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Caro Christopher, ti voglio bene. Sei il regista di Memento, della trilogia del Cavaliere Oscuro, di Inception, di Interstellar, di Dunkirk. Hai vinto sette Oscar con Oppenheimer… e ti hanno pure fatto cavaliere della Corona britannica.

Sai, da un certo punto di vista la tua Odissea, tutta girata in IMAX 70mm e con Matt Damon nei panni di Ulisse, è esattamente quello che ci si aspetta da te: mare, vele, mostri, tempeste e chi più ne ha più ne metta. Anche i numeri del debutto, da record, confermano che hai fatto un buon lavoro.

Però io sono uscito dalla sala un po’ preso male. E non per le scelte di racconto, che pure sono tante e discutibili. È per qualcosa di un po’ più profondo: il senso stesso che hai voluto dare a questa storia.

Le scelte legittime

Partiamo da ciò che ti concedo: tagli, sposti, riscrivi… tutto ok. Ok anche il tuo Polifemo che non parla, e quel «Nessuno» che non c’è più. Ok i Feaci eliminati in blocco, e con loro la corte di Alcinoo davanti alla quale, nell’Odissea, Ulisse racconta le proprie avventure: nel tuo film quel ruolo di ascoltatrice passa a Calipso, che custodisce un Ulisse naufrago e smemorato. Stordito per anni dal fiore del loto. Il fiore del loto? Ulisse stordito dal fiore del loto! E già qui, in effetti, qualcosa inizia a stridere. È come se Ulisse desiderasse dimenticare, come se avesse avuto bisogno di stordirsi per non ricordarsi chi era davvero… per non fare i conti con tutte le marachelle che aveva combinato negli anni precedenti. Perché, diciamoci le cose come stanno, Ulisse non è mai stato uno stinco di santo. E questo lo sanno pure i sassi.

Il finale cambiato

Ma il problema, per me, è nel disegno complessivo che regge il film, e nel finale. Il Nolan-pensiero che attraversa tutta la pellicola: Ulisse come un uomo divorato dalla colpa. Colpa per i compagni morti e colpa per il cavallo di Troia, che nel film diventa una violazione della «legge degli dèi», l’inganno sacrilego che condanna un’intera civiltà. Il film arriva infatti a esplicitare quello che in Omero non c’è: la guerra di Troia come operazione di potere, con Agamennone mosso dal controllo delle rotte commerciali più che dall’onore di Menelao. Ed è curioso questo Agamennone, che a tutti gli effetti è un vero e proprio cavaliere oscuro. Solo che stavolta non è il custode tormentato che si sporca le mani per salvare la città. È il potere che fa la guerra per il proprio tornaconto e la traveste da causa giusta. Che poi, Agamennone sarebbe pure un personaggio riuscito. Il problema è chi gli sta accanto: è questo Ulisse che si sottomette al potere e gli presta il suo ingegno, per poi passare il resto del film a pentirsene. E infatti alla fine il cerchio si chiude con la sua morte. Con Ulisse trafitto dalle frecce nello scontro finale, che abdica in favore di un Telemaco in cui si intravede quel re di pace che il padre non ha saputo essere.

E per far quadrare il disegno, caro Chris, tu arrivi a snaturare persino Telemaco, che nell’Odissea combatte valorosamente accanto al padre, segnando così il proprio passaggio all’età adulta. Nel tuo film invece è un ragazzo che non riesce quasi a fermare nessuno. E che nello scontro finale lo vediamo provare a bloccare uno dei Proci e fallire ripetutamente. Un debole incapace di difendere la propria casa che poi, forse proprio per questo, viene incoronato re. Che poi il punto non è forte o debole, guerriero o mite. Il punto è, di nuovo, che si travisa un personaggio per far passare un’idea. Perché se il messaggio è che il nuovo re non regnerà con la spada, c’erano cento modi per dirlo senza togliergli la capacità di combattere. No?

E poi un’altra cosa, caro Chris: le colpe di Ulisse non te le sei mica inventate tu. Sono già nel poema. Perché è vero che i compagni muoiono anche per le proprie scelte, ma la verità è che è Ulisse a portarli in mezzo a tutti quei pericoli, mentre lui è il solo a tornare a casa. Dopo essere stato l’unico, tra l’altro, a sollazzarsi con dee, ninfe, maghe e principesse. Per non parlare dello stratagemma del cavallo, che è suo, e dal quale passa la strage di Troia. Il punto è come le usi tu, le «colpe» di Ulisse, nel tuo racconto.

L’archetipo snaturato

Perché il fatto è che l’Odissea non è la storia di una colpa. È la storia di un uomo. Dell’uomo che conosce, che sfida il destino e gli dèi per autodeterminarsi, e che di quella sfida paga il prezzo per intero: vent’anni lontano da casa, i compagni perduti, l’identità da riconquistare a mani nude. L’eroe omerico soffre per la sua volontà, non della sua volontà. È questa tensione — l’intelligenza umana che si misura con forze più grandi e non si arrende — a fare di Ulisse un archetipo, cioè la figura che da quasi tremila anni chiunque può riempire della propria esperienza.

Il tuo Ulisse non è più polytropos, l’uomo «dal multiforme ingegno»: è un uomo piegato dal male che ha attraversato, un brav’uomo che si sente in colpa.

E del resto, nel tuo film, non sono stato il solo a trovarsi di fronte un Ulisse senza astuzia, umorismo e fascino. È come se tu, caro Chris, avessi proiettato sull’opera di Omero alcuni dei tuoi temi ricorrenti — la colpa, la menzogna nobile, l’eroe virtuoso e perciò triste. Una sorta di Oppenheimer in costume miceneo.

E poi c’è il gesto anti-odissiaco per eccellenza: quando Ulisse lascia l’isola di Calipso su una zattera dicendo, in sostanza, di volersi affidare al destino. Partire e avere fiducia. Ma quando mai? L’Ulisse omerico non si affida a niente e a nessuno: la zattera se la costruisce da sé, tronco per tronco, e fa tutto quello che è in suo potere perché resista il più possibile alle tempeste che Poseidone gli scatenerà contro. Altro che parto e affido la mia vita al caso.

Il precedente di Dante

Io poi non sono mica un bacchettone che dice che l’Odissea è sacra e non si può toccare. Prendi Dante, per esempio. Cosa fa? Nel canto XXVI dell’Inferno mette Ulisse tra i consiglieri fraudolenti e gli fa raccontare un ultimo viaggio che in Omero non esiste. Nemmeno a Itaca lo fa tornare. Lo fa ripartire dall’isola di Circe con l’obiettivo di superare le Colonne d’Ercole. Dritto, da lì. Con buona pace di Penelope, di Telemaco, di Argo e del vecchio padre.

Dante sì che osa davvero, caro Chris: lo danna, gli inventa la morte, lo piega alla propria teologia. Ed è per questo che la sua operazione riesce: perché qui l’archetipo viene superato senza negarlo. Dante prende il tratto costitutivo di Ulisse — la fame di conoscenza e la volontà di andare oltre — e lo porta alle estreme conseguenze, fino a farne insieme la grandezza e la condanna del personaggio. «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». No?

Per concludere, caro Chris: non contesto il messaggio pacifista, il rifiuto della guerra. Su questo sono con te. Però non così. Non in maniera così banale.

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Andrea Prosperi

Andrea Prosperi

Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».