← Indietro

Il cavaliere neurodivergente. Rileggere Calvino trentaquattro anni dopo

Ho riletto «Il cavaliere inesistente» per anni senza capire perché mi restasse addosso. Calvino nel 1959 aveva scritto il ritratto di un profilo AuDHD.

Andrea Prosperi
Condividi

C'è un libro che mi porto dietro da trentaquattro anni. L'ho letto per la prima volta in seconda media, su una di quelle edizioni scolastiche con le note a piè di pagina che spiegavano parole che capivo benissimo e ignoravano quelle che mi incantavano. Da allora l'ho riletto molte volte, a distanza di anni, e ogni volta era un libro diverso, perché ero diverso io. È Il cavaliere inesistente di Italo Calvino, ed è uno dei miei libri preferiti. Ma solo con l'ultima rilettura, la prima fatta con una diagnosi di neurodivergenza in mano, ho capito davvero perché non ho mai smesso di tornarci: Calvino, nel 1959, aveva scritto senza saperlo il ritratto di una testa come la mia.

Ma andiamo con ordine. Partiamo dal libro. Anzi no, partiamo da Calvino.

Calvino, il partigiano che studiava le fiabe

È nato nel 1923 a Cuba da genitori scienziati e cresciuto a Sanremo. A vent'anni fa una scelta netta: sale in montagna con le Brigate Garibaldi e combatte da partigiano sulle Alpi liguri. Da quell'esperienza nasce il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, dove la Resistenza è raccontata con gli occhi di un bambino: quello che poi rimarrà il suo marchio di fabbrica, la cruda realtà guardata attraverso la lente obliqua del fiabesco.

Del resto la fiaba, per Calvino, non era un passatempo: era un oggetto di studio serissimo. A metà degli anni Cinquanta passa anni immerso nelle raccolte folkloriche regionali per costruire le sue Fiabe italiane (1956): duecento fiabe della tradizione popolare, tradotte dai dialetti e riscritte in una lingua limpida, con un apparato di note da filologo. È l'operazione che consegna all'Italia il suo canone fiabesco, come i Grimm avevano fatto per la Germania. Ma non basta. Anni dopo tornerà sul filone cavalleresco da un'altra porta, scrivendo l'Orlando furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino (1970). Infatti, Ariosto era il suo poeta del cuore, e i paladini di Carlo Magno un territorio che conosceva palmo a palmo.

Ed è proprio in mezzo, tra le fiabe e l'Ariosto, che Calvino scrive I nostri antenati: Il visconte dimezzato (1952), Il barone rampante (1957) e appunto Il cavaliere inesistente (1959), che chiude la trilogia. Tre romanzi «fantastici» che fantastici non sono affatto: Calvino stesso disse che erano tre modi di guardare a come ci si realizza esseri umani — un uomo tagliato in due, un uomo che vive sugli alberi, un uomo che non c'è. La fiaba come strumento di precisione, per parlare di noi.

Un'armatura vuota e un corpo troppo pieno: la trama in breve

Veniamo ora al Cavaliere inesistente. La storia in breve. Siamo nell'esercito di Carlo Magno in guerra contro i Mori. Durante la rassegna dei paladini, l'imperatore arriva davanti a un'armatura bianca, immacolata, perfettamente tenuta. Ordina di alzare la celata: dentro non c'è nessuno. Il cavaliere si chiama Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez — un nome sterminato per un corpo che non esiste. Agilulfo è la sua armatura: la tiene insieme con la sola forza di volontà e la fede nella causa. È il paladino più preciso e irreprensibile di tutto l'esercito, e proprio per questo il più insopportabile: fa tutto secondo il regolamento e pretende che il regolamento valga per tutti.

Il suo contrario esatto arriva qualche pagina dopo. Durante la marcia, l'esercito incontra un essere che in ogni villaggio chiamano con un nome diverso — Gurdulù, Omobò, Martinzùl — perché lui per primo non sa chi è. Gurdulù c'è, eccome: è tutto corpo, fame, istinto. Ma non sa di esserci: vede le anatre e crede di essere un'anatra, beve la zuppa e finisce dentro la zuppiera. È presente a tutto e quindi a niente. Carlo Magno, con la crudele genialità dei potenti annoiati, lo assegna ad Agilulfo come scudiero: al cavaliere che c'è ma non esiste, uno scudiero che esiste ma non sa di esserci. Calvino, nella nota alla trilogia, li definì con una simmetria perfetta: Agilulfo è privo di individualità fisica, Gurdulù è privo di individualità di coscienza.

Attorno a questa coppia il romanzo mette in moto il suo carosello, tra cui la guerriera Bradamante, innamorata della perfezione di Agilulfo, e soprattutto c'è il terzo personaggio che ci interessa: Rambaldo di Rossiglione, arrivato al campo pieno di furia e di desiderio per vendicare il padre ucciso. Rambaldo è l'uomo concreto: vuole cose, sbaglia, impara. Ama Bradamante ma non ne è ricambiato. Tra l'astrazione pura di Agilulfo e l'immanenza pura di Gurdulù, Rambaldo è la pratica: l'esperienza che si costruisce vivendo.

Dopo varie peripezie che non racconto, l'armatura bianca andrà proprio a Rambaldo. Un'armatura che smetterà di essere immacolata per diventare vera, reale. E poi ci sarà un ultimo atto, dove la guerriera Bradamante, diventata nel frattempo suor Teodora, ci stupirà in una nuova trasformazione-integrazione.

Agilulfo e Gurdulù: autismo e ADHD

A questo punto vi chiederete: perché una recensione di un libro del 1959 su questo magazine? Perché la lettura che ne do oggi è questa: Agilulfo e Gurdulù non sono due personaggi, sono due facce della stessa medaglia. E quella medaglia ha un nome che ai tempi Calvino non poteva conoscere: il profilo AuDHD — la compresenza, nella stessa persona, di autismo e ADHD.

Chi convive con questo profilo — e io sono tra questi — la riconosce al primo colpo, questa coppia. Agilulfo è la parte autistica: la struttura senza il corpo. Vive di regole, protocolli, precisione; tiene insieme una forma vuota con uno sforzo di volontà costante e sfibrante; non dorme, perché la vigilanza non si spegne mai; è impeccabile nei compiti e faticoso nelle relazioni, perché pretende dal mondo la stessa coerenza che impone a se stesso. Ed esiste solo finché ci crede: la sua identità non è un dato, è una performance che non può mai fermarsi. Chiunque abbia esperienza di masking — la fatica quotidiana di tenere in piedi un'armatura sociale impeccabile con la pura forza di volontà — sa esattamente di cosa parla Calvino, anche se Calvino non lo sapeva.

Gurdulù è la parte ADHD: il corpo senza la struttura. Presente a ogni stimolo e padrone di nessuno, si dissolve in qualunque cosa catturi la sua attenzione — l'anatra, la pera, la zuppa. È vitalità pura senza funzione esecutiva: nessun piano, nessun monitoraggio di sé, nessun ieri e nessun domani. Chi lo guarda da fuori ride o si spazientisce; chi lo vive da dentro conosce quella sensazione di essere agiti dal mondo invece di agire — e conosce anche il suo rovescio luminoso, perché quella stessa permeabilità è la porta dell'iperfocus, dell'entusiasmo, delle connessioni che gli altri non vedono (ne ho scritto in «La mente che vaga non è sempre un difetto: la pista creativa dell'ADHD», 17 luglio 2026).

La cosa che mi colpisce è che per mezzo secolo nemmeno la scienza ha potuto pensare insieme questi due personaggi: fino al 2013 i manuali diagnostici vietavano esplicitamente la doppia diagnosi di autismo e ADHD — o l'uno o l'altro. Solo col DSM-5 la co-occorrenza è stata riconosciuta, e da allora la ricerca ha documentato quanto sia tutto tranne che rara: le rassegne stimano sintomi di ADHD in una quota ampia delle persone autistiche, con sovrapposizioni che a seconda degli studi arrivano a superare la metà dei casi. La letteratura scientifica è arrivata nel 2013. La letteratura e basta, come al solito, era arrivata prima: Calvino aveva messo le due metà nello stesso esercito già nel 1959 — e le aveva pure fatte camminare insieme, cavaliere e scudiero, legate da un ordine dell'imperatore.

Rambaldo e Bradamante. La realtà della trasformazione

Ma il vero regalo del romanzo è il terzo personaggio. Perché se il libro si fermasse alla coppia Agilulfo-Gurdulù sarebbe solo una diagnosi in forma di fiaba: geniale, ma sterile. Invece c'è Rambaldo. Rambaldo è la sintesi. Ma non nasce sintesi: lo diventa, per evoluzione narrativa e psicologica, pagina dopo pagina. Impara la disciplina da Agilulfo senza diventare Agilulfo; conserva il desiderio e la carne senza perdersi come Gurdulù. E il motore di questa integrazione, in Calvino, è una cosa sola: il desiderio. Rambaldo vuole — prima vendicare il padre, poi Bradamante — e quel volere è ciò che organizza le sue giornate meglio di qualsiasi regolamento.

Per questo il finale è perfetto. Rambaldo eredita l'armatura bianca — la struttura, il metodo, la forma — e la porta in battaglia. E l'armatura si ammacca. Per la prima volta si sporca, si riga, prende colpi. Non è più il guscio immacolato tenuto insieme da uno sforzo disumano di volontà: è un'armatura abitata, che protegge un corpo vivo e ne porta i segni.

Ecco, se dovessi spiegare a qualcuno cosa significa smettere di fare masking e cominciare a vivere in modo integrato con la propria neurodivergenza, non saprei trovare un'immagine migliore: non buttare via l'armatura, ma smettere di pretenderla immacolata. Indossarla, e lasciare che si ammacchi.

E aggiungo una nota che nella mia rilettura è cresciuta a ogni passaggio: suor Teodora. La narratrice che per tutto il romanzo scrive diligentemente nel chiostro, e all'ultima pagina si rivela essere Bradamante, la guerriera. Anche qui due vite nella stessa persona: quella ordinata, silenziosa, conforme alle attese — e quella vera, che scalpita sotto. Se Agilulfo e Gurdulù sono le due facce del profilo, Teodora/Bradamante è il ritratto del camouflaging, quella capacità di condurre una doppia vita così accurata che nemmeno il lettore se ne accorge fino alla fine. Non a caso è la storia di tante diagnosi tardive, soprattutto femminili: la rivelazione arriva all'ultimo capitolo.

Trentaquattro anni dopo

In seconda media Il cavaliere inesistente era una storia di cavalieri e mi bastava. Trentaquattro anni dopo è diventata la mia storia: un'armatura tenuta in piedi dalla volontà, un corpo che corre dietro alle anatre, e poi la lenta fatica di farli stare dentro la stessa persona. Del resto i libri veri fanno questo: ci aspettano. Restano sullo scaffale finché non siamo pronti a leggere quello che avevano davvero scritto per noi fin dall'inizio.

Quanto a me, questa rilettura non è rimasta sulla carta. Nel mio percorso, lo strumento che più di tutti mi ha aiutato a far parlare Agilulfo e Gurdulù è stata la mindfulness: una pratica di regolazione, dell'attenzione, delle emozioni, dell'energia. Per una testa fatta così non è un lusso, è manutenzione. Anzi, è potenziamento. E poi, sulla base della mia esperienza e di lunghi anni di studio, ho capito una cosa: se funziona per me, può funzionare per chiunque, neurodivergente o meno. Perché la verità è che l'attenzione è un'abilità che si allena, non solamente un dono di natura. Oggi sono mindfulness teacher e trainer: accompagno persone e gruppi in percorsi e protocolli per allenare esattamente questo.

Oltre a questo collaboro con La Città Fatta per Me, la prima piattaforma italiana dedicata all'autismo e alle neurodivergenze, occupandomi personalmente di progetti aziendali di inclusione neurocognitiva, cioè: percorsi che aiutano le organizzazioni a sfruttare tutto il potenziale di chi pensa in maniera diversa. Se ti interessa, contattami.

E in ogni caso: rileggetelo. Non è mai troppo tardi per scoprire chi c'era, dentro quell'armatura.

Resta in contatto

Ti scrivo ogni settimana

Iscriviti alla newsletter: letture, spunti e idee su mente, attenzione e creatività. In regalo la guida Mindful Tech.

Iscriviti alla newsletter
Andrea Prosperi

Andrea Prosperi

Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».