La vita di Philip K. Dick era il suo romanzo più bello. Emmanuel Carrère l’ha scritta per noi
«Io sono vivo, voi siete morti» (Adelphi) racconta l'uomo che scrisse quarantaquattro romanzi sul dubbio che la realtà sia vera. E che poi, dentro quel dubbio, finì per abitarci. Una biografia che si legge come un libro di Dick.
Philip K. Dick è lo scrittore che mi ha offerto i viaggi più belli, e ha fornito al cinema i suoi migliori incubi. Da «Ma gli androidi sognano pecore elettriche?» sono nati Blade Runner e Blade Runner 2049; da altri suoi racconti sono stati realizzati Total Recall, Minority Report, A Scanner Darkly; da «La svastica sul sole» la serie The Man in the High Castle. In trent'anni di carriera ha scritto quarantaquattro romanzi e più di un centinaio di racconti, quasi tutti attraversati dalla stessa domanda: e se la realtà non fosse vera? Ma la cosa davvero pazzesca è che ha vissuto quasi tutta la sua vita di scrittore da povero sconosciuto, macinando libri a ritmi forsennati per pagare l'affitto. E il successo è arrivato alla fine — anzi, dopo la fine: Blade Runner uscì in sala nel giugno del 1982, mentre lui, invece, moriva a marzo, a cinquantatré anni, senza avere visto il film finito.
Chi è Emmanuel Carrère (e perché proprio lui)
Emmanuel Carrère è probabilmente il più importante autore europeo di quella non-fiction che si legge come un romanzo: «L'Avversario», «Limonov», «Il Regno». Legge Dick dall'adolescenza e lo considera «una specie di Dostoevskij del nostro tempo»; questa biografia l'ha scritta a trentacinque anni, nel 1993 (in Italia è arrivata con Adelphi), e il titolo viene da una frase di Ubik, uno dei capolavori di Dick. C'è anche un motivo per cui Carrère è di casa sul Magazine di Presenza Mentale: in questi giorni sto leggendo «Yoga», il libro in cui racconta i suoi vent'anni di meditazione, un ritiro di Vipassana interrotto da vari accadimenti e dalla discesa in una grave depressione. E forse è proprio uno come lui, che ha guardato la propria mente davvero da vicino, a essere il miglior candidato per guardare da vicino quella di Dick. Senza che venisse ridotta a una diagnosi o a una serie di aneddoti.
Com'è il libro?
L'ho letto alcuni anni fa: è una biografia puntuale e scorrevolissima, che fa una cosa che le biografie di scrittori quasi mai riescono a fare — usare la vita per illuminare i libri. Le cinque mogli, le anfetamine per scrivere sedici ore al giorno, le case sempre più squallide della California, la paranoia, il furto in casa del 1971 che Dick attribuì a seconda dei giorni all'FBI, alla CIA o a se stesso: ogni capitolo della vita diventa la chiave di un romanzo, e viceversa. Carrère entra nella testa di Dick come si entra in un personaggio, ricostruendo pensieri e ragionamenti che nessuna fonte può verificare — scelta discutibile per un biografo, perfetta per Philip K. Dick. E ve lo dico da fan.
La vita era meglio dei libri
Perché questo è il punto, ed è la cosa che vorrei restasse di questo articolo: la vita di Philip K. Dick è più incredibile dei suoi libri. Leggere «Io sono vivo, voi siete morti» è leggere un romanzo di Dick. Assurdo, reale, grottesco e commovente. Con l'aggravante che è tutto documentato. Ad esempio, e non è un dettaglio di poco conto, nel febbraio-marzo del 1974 Dick ha quella che poi descriverà come una rivelazione mistica: un raggio di luce rosa, informazioni che non poteva possedere, la sensazione che il tempo fosse un'illusione e che la realtà fosse stata manomessa. Passa gli ultimi otto anni della sua vita a interpretare questa visione, scrivendo migliaia di pagine di appunti notturni — quella poi diventerà la sua Esegesi, pubblicata postuma — convinto, a giorni alterni, di aver ricevuto un messaggio divino o di essere semplicemente malato. È l'ultima torsione dickiana: lo scrittore che per trent'anni ha raccontato personaggi intrappolati in realtà false finisce a vivere dentro uno dei suoi romanzi, senza più sapere se ne è l'autore o il personaggio.
La morte (che aveva già scritto)
E poi c'è la fine, che sembra scritta da lui. Nelle lettere del 1975 Dick racconta di aver sognato un uomo morto a faccia in giù, in un soggiorno, tra il tavolino e il divano: fu trovato così, quasi sette anni dopo, dopo il primo di due ictus. In un'annotazione di diario datata 2 marzo 1980 scrive che Dio avrebbe «staccato la spina» a questa versione di Philip K. Dick: la spina — quella delle macchine che lo tenevano in vita — fu staccata il 2 marzo 1982, esattamente due anni dopo. E ovviamente c'è chi ha ipotizzato che sia stato eliminato perché aveva scoperto qualcosa che non doveva sapere: un'ipotesi senza uno straccio di prova, ma il fatto stesso che esista, e che suoni plausibile, dice quanto la sua vita fosse ormai indistinguibile dalla sua opera.
Se si trovasse in un suo romanzo, non farebbe una piega.
«Io sono vivo, voi siete morti» di Emmanuel Carrère è pubblicato in Italia da Adelphi.
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Andrea Prosperi
Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».










