← Indietro
Cultura & Distopie

«Quando vinci impari poco»: DJ Drugo, il campione del mondo che ha trasformato un limite nel suo suono

Dal titolo mondiale IDA con gli ScratchBusters al Twoclick Studio: il metodo, le sconfitte che insegnano e un limite diventato stile. Ritratto di un artigiano del suono.

Andrea Prosperi
Condividi

Drugo è un DJ che spacca. E non è che lo dico io, lo dicono i titoli che ha conquistato nel corso degli anni. E poi lo dicono gli artisti con cui ha collaborato e con cui ancora collabora. Qui però non parleremo di niente di tutto ciò, sono cose che potete facilmente recuperare in rete, su Claude, Gemini, ChatGPT e compagnia cantante.

Se poi siete pigri tutta questa roba ve la metto in fondo all’articolo.

A me però interessava capire la trasformazione da Marco Drudi a DJ Drugo.

Cosa gli passava per la testa quando ha detto “voglio fare il DJ”.

Qual è la molla che lo spinge a trasformare una passione in una professione.

E scopriremo che in fin dei conti, lavorare davvero col suono, è un po’ come essere un artigiano.

Buona lettura

Partiamo dal nome, che nell’hip hop ha il suo peso. Perché Drugo? Quando e come. E cosa vuol dire per te?

Il nome Drugo nasce quando ero ragazzino, avevo più o meno dieci anni. Io e i miei amici avevamo appena scoperto Arancia Meccanica e, siccome il mio cognome è Drudi, il passaggio da Drudi a Drugo è venuto praticamente da solo. In realtà è stato soprattutto un gioco di assonanza, però da lì il nome mi è rimasto addosso.

E Marco? Chi è Marco oggi?

Marco oggi è una persona molto più tranquilla rispetto a qualche anno fa. Sicuramente la musica continua a occupare una parte enorme della mia vita, perché alla fine è il mio lavoro, la mia passione e anche il modo in cui ho costruito gran parte di quello che faccio. Però oggi cerco molto di più un equilibrio tra tutte le cose.

Sono ancora molto curioso, mi piace imparare, provare cose nuove, cambiare idea, rimettere mano a quello che faccio. Forse rispetto a prima sento meno il bisogno di dimostrare qualcosa e molto di più quello di fare cose che mi piacciono davvero, possibilmente fatte bene.

Poi oggi sono anche un padre, e inevitabilmente questa cosa ha cambiato parecchio il modo in cui guardo il tempo, le priorità e anche me stesso.

La musica. Sei DJ, sound engineer, producer. Quando ti è venuto il pallino per questa cosa?

In realtà mi sono avvicinato alla musica abbastanza tardi, avevo già ventidue, ventitré anni. All’inizio, nei primi anni 2000, la cosa che mi attirava di più era la produzione: volevo riuscire a fare musica mia. Considerando gli anni che erano, però, computer e software erano molto meno accessibili, i plugin praticamente non esistevano come li intendiamo oggi e non c’era quell’immediatezza che c’è adesso nel procurarsi un programma, due plugin e cominciare a fare beat.

Il mio primo approccio è stato soprattutto con la musica elettronica più dura, hardcore e drum and bass. Ho cominciato a collezionare dischi, a stare dietro ai piatti e a fare le prime serate nei rave e alle feste hardcore. In quel momento lo scratch ancora non c’entrava: per me fare il DJ significava soprattutto cercare musica, scegliere i dischi e imparare a mixarli.

Poi, qualche anno dopo, durante alcune serate ho visto dei DJ scratchare e lì mi si è aperto un altro mondo. Mi sono fissato completamente con lo scratch, ho scoperto il circuito delle gare e dopo un paio d’anni ho cominciato anch’io a partecipare.

E gli scratch? Cos’è che ti ha mandato in fissa per il turntablism?

Il turntablism è una disciplina massacrante, che richiede anni di studio e soprattutto tanto allenamento. C’è chi dice che i calli non vengono solo alle mani, che anche la testa cambia in chi screccia tanto. Il che è neurologicamente probabile perché il nostro cervello è neuroplastico. Io però penso che chi si imbarca in un viaggio di questo tipo ha qualcosa di diverso già prima di partire.

Sì, il turntablism può essere una disciplina massacrante, ma secondo me lo è quanto studiare seriamente qualsiasi altro strumento. Quando passi anni sopra una cosa del genere è inevitabile che cambi anche il modo in cui ascolti, ragioni e percepisci il ritmo.

Per me la fissa è arrivata in più fasi. All’inizio è stata proprio una questione di suono: la prima volta che ho sentito scratchare dal vivo mi hanno preso quel suono tagliente e quelle scansioni ritmiche velocissime. Il primo anno, tra l’altro, andavo quasi completamente a tentativi: cercavo di copiare quello che vedevo nelle poche videocassette che riuscivo a trovare e sperimentavo parecchio alla cieca.

Poi ho iniziato a conoscere altri DJ, a fare un sacco di domande e ho scoperto che dietro quei suoni c’era un vero linguaggio: tecniche precise, nomi, progressioni, combinazioni diverse, modi differenti di lavorare un campione o di fare drumming. E lì mi si è aperto un altro mondo.

La terza fase è stata scoprire la scratch music. Capire cioè che il giradischi non serviva soltanto a fare assoli o virtuosismi, ma poteva diventare davvero uno strumento con cui comporre. Potevi prepararti un basso, una batteria, una voce, delle note di piano e poi suonarle attraverso lo scratch. Con l’arrivo del digitale questa possibilità è diventata sempre più accessibile, anche se all’inizio c’era chi si faceva addirittura stampare i vinili apposta.

Ed è lì che per me si sono unite definitivamente le due cose: lo scratch e la produzione. Potevo fare musica e allo stesso tempo suonarla in quel modo. La cosa buffa è che questo processo, tra una scoperta e l’altra, è durato tranquillamente una decina d’anni… e in realtà non è mai finito davvero.

E quali sono le doti che ti hanno consentito di eccellere in questa disciplina?

Doti particolari direi di no. Se devo trovarne una, forse la testardaggine. Sono sempre stato molto metodico e, paradossalmente, una delle cose che mi ha aiutato di più è partita da un mio limite.

Io tengo la mano dominante, la destra, sul vinile e la sinistra sul crossfader. Questa cosa cambia parecchio: la mano dominante sul disco ti dà probabilmente più controllo ed espressività sul suono, però sul crossfader, soprattutto all’inizio, io ero meno veloce e preciso rispetto a chi aveva lì la mano dominante. Quindi per stare dietro a certe tecniche ho dovuto studiare molto, cercare altri modi per arrivarci, trovare combinazioni e soluzioni che funzionassero per me. E col tempo alcune di quelle soluzioni sono diventate semplicemente il mio modo di scratchare, il mio suono.

Un’altra cosa che credo mi abbia aiutato è che sono sempre stato molto critico con me stesso. Riascoltavo continuamente quello che facevo, cercavo di capire cosa non funzionava e soprattutto guardavo molto gli altri, non soltanto quelli più bravi di me, cercando di capire cosa potevo imparare.

E poi sicuramente il confronto. Le gare, soprattutto all’inizio, per me sono state una spinta enorme: non tanto per vincere, anche perché ho sempre imparato molto di più quando ho perso. Quando vinci impari poco, o comunque meno. Può sembrare una frase un po’ scontata, però per me è stato davvero così: le sconfitte mi hanno quasi sempre costretto a capire cosa mancava e ad alzare l’asticella.

Alla fine credo che trovare un proprio modo di fare le cose sia importante in qualsiasi forma d’arte. C’è tantissima gente tecnicamente fortissima e tantissima musica in giro, ma quello che secondo me lascia davvero qualcosa è l’originalità, quando senti che dentro a quello che stai ascoltando c’è una ricerca personale e non soltanto tecnica.

Quando eri bambino cosa avresti voluto fare da grande? Perché?

In realtà da bambino non ho mai avuto quella risposta pronta alla domanda “cosa vuoi fare da grande?”. Prima di avvicinarmi alla musica non avevo un’idea precisa, né una strada che sentissi davvero mia. Diciamo che andavo un po’ a vista, senza un progetto particolare.

Poi la musica è arrivata abbastanza tardi e, forse proprio per questo, quando è arrivata ha messo insieme parecchie cose che prima erano un po’ sparse. Fino a quel momento ero abbastanza un’anima persa, ma nel senso più tranquillo del termine: non avevo ancora trovato qualcosa che mi prendesse davvero.

Pensi di esserci andato vicino?

Sì, perché penso di avere la grande fortuna di fare quello che mi piace.

Adesso guardati tra venti anni. Dove sei? Cosa fai? Perché sei lì?

Spero di essere ancora lì a fare quello che mi piace, magari godendomi un po’ di più i frutti di tutto quello che ho fatto e che continuo a fare. Sinceramente non mi immagino così diverso da oggi: probabilmente con la stessa voglia di fare musica, solo con barba e capelli bianchi.

Una cosa che ti fa arrabbiare di te. Perché non riesci a cambiarla?

Una cosa che mi fa arrabbiare di me è che spesso mi manca un po’ di spirito imprenditoriale. Sono molto concentrato sul fare bene quello che faccio, però forse meno bravo a spingerlo, a promuoverlo e a dargli il giusto spazio.

Se non esistesse la musica cosa faresti nella vita? Perché?

Probabilmente cercherei comunque qualcosa che mi permetta di creare. Magari non necessariamente in senso artistico, ma qualcosa dove posso inventare, costruire, trasformare un’idea in qualcosa di concreto.

Oppure finirei a fare qualcosa di molto manuale, perché quella parte mi è sempre piaciuta. Ho lavorato parecchio anche in cantiere e con la falegnameria, quindi non mi sarebbe così estraneo. In generale credo che avrei bisogno comunque di un lavoro in cui sento di stare facendo qualcosa con le mani o con la testa, non semplicemente eseguendo.

E cosa invece non faresti mai per vivere?

Probabilmente farei molta fatica in un lavoro in cui devi soltanto eseguire, senza avere nessun margine di scelta o controllo su quello che stai facendo. Credo di aver bisogno di sentirmi coinvolto, di poter prendere decisioni e mettere qualcosa di mio in quello che faccio.

Intelligenza artificiale e sound engineering. A che punto siamo secondo te? La usi? Ne hai paura? E per quanto riguarda le produzioni?

Secondo me, per quanto riguarda il sound engineering, con l’intelligenza artificiale siamo ancora veramente all’inizio. Sicuramente esistono già strumenti che possono facilitare o velocizzare alcuni lavori, però a livello qualitativo secondo me c’è ancora parecchia strada da fare.

Se parliamo di mixaggio o mastering, oggi lavorare con un bravo sound engineer fa ancora una grossa differenza. Poi non so dove arriveremo, perché l’evoluzione è velocissima, ma al momento non vedo l’AI come qualcosa che possa sostituire davvero quel tipo di lavoro.

Per quanto riguarda la produzione, secondo me con l’intelligenza artificiale vale un po’ lo stesso discorso che vale per tanti altri strumenti: dipende da come la usi. Penso che, usata nel modo giusto, possa essere stimolante e interessante. Anche qui però ci sono ancora molti limiti.

Come promesso: tutta la roba che potevate chiedere a ChatGPT

Nel 2011 Drugo ha fondato il Twoclick Studio, nel cuore di Roma: da allora fa da sound engineer per moltissimi artisti della scena rap italiana — da Metal Carter a Suarez, da Rak ai Barracruda...fino a DJ Gruff — e tiene corsi per DJ e producer.

Ecco di seguito i titoli e le principali collaborazioni.

I titoli

  • 2006 — Terzo posto alla “scratch category” ITF (oggi IDA): prima apparizione ufficiale nella scena del turntablism italiano
  • 2007 — Eclere Contest, Palermo
  • 2007 — Gain Skillz, Roma
  • 2008 — Gain Skillz, Milano
  • 2009 — IDA Italia, categoria Show, Bologna (con DJ Bioshi, come ScratchBusters)
  • 2009 — Campione del mondo IDA, categoria Show, Cracovia: la prima volta nella storia che l’Italia vince un titolo mondiale in una competizione per DJ
  • Dal 2010 — Giudice IDA per le gare nazionali italiane (nel 2010 anche in Polonia per nazionali e mondiali)

Collaborazioni e produzioni

  • ScratchBusters (2008, con Bioshi e Pijei): il progetto del titolo mondiale e dell’album “Al Cubo” (2009), prodotto da Drugo, con il feat. di DJ Gruff
  • Clementino e DJ Gruff — “Squadra Antimale”, con gli ScratchBusters
  • DJ Gruff — scratch su “Viene e Va Lato C” (2020) e tour 2023 “DJ Gruff feat. DJ Fakser & DJ Drugo” (Locomotiv Bologna, Sala Apolo Barcellona)
  • Barracruda — il duo romano (Rak e Marciano) di cui è il DJ dal 2011; ha prodotto “Barrecrude Mixtape Trilogy” (2013)
  • Suarez — “Da Zero (Outro)”, più apparizioni su “Essi Vivono”, “Antieroe Part 2: 1,21 Gigawatt”, “Antieroe 3 The Punisher” e “Siberia” (con Grezzo S#lover)
  • Bestierare — scratch per lo storico gruppo romano (es. “Prologo”)
  • Gente De Borgata — scratch su “Manifesto” (2013)
  • Er Costa — scratch su “Nudo & Crudo” (2011)
  • Rak — scratch su “Payback” (2024)
  • Loop Loona — “Eternità”, da “Senza Fine” (2014)
  • Napalm On Canvas Posse — “Atempora”, tributo a Ezio Bosso (2018)
  • DJ Serio — “Rome Zoo Presents: Knowledge Explosion” (2010)
  • Lord Madness, Supremo73 — scratch sulle produzioni 2Click Studio
  • Rubber Headz (con DJ Gengis) — glitch-hop: l’EP “WOP” (Simplify Recordings) è arrivato in vetta alle chart Beatport di genere
  • Exept (dal 2018) — progetto drum and bass esordito su Invisible, l’etichetta dei Noisia. Nel 2016 Drugo dichiarava in un’intervista: “vorrei chiudermi un paio di mesi in studio con i Noisia”. Due anni dopo usciva sulla loro etichetta. Oggi Exept vanta uscite su Vision, Invisible, Methlab Recordings, Pseudoscience, Dispatch, Surveillance e Overview, e un tour nei club europei con Methlab Agency
  • Uscite soliste come “Rainstorm/Sampler” (2015)

Trovate Drugo su Instagram e su Spotify. Foto di copertina: Klárka Pohanková.

Resta in contatto

Ti scrivo ogni settimana

Iscriviti alla newsletter: letture, spunti e idee su mente, attenzione e creatività. In regalo la guida Mindful Tech.

Iscriviti alla newsletter
Andrea Prosperi

Andrea Prosperi

Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».