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Cultura & Distopie

Odia gli indifferenti, aiuta i deboli. Francesco “Kento” Carlo, da Daltanious al rap

Musica, scrittura, impegno politico: cosa vuol dire essere un artista consapevole — dalle carceri minorili all’Ocean Viking.

Andrea Prosperi
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Negli anni ’80, Kento era il ragazzo alla guida di Daltanious. Qualcuno se lo ricorda? Era il robot che difendeva la Terra dagli Akron, la coalizione di razze aliene con base sul pianeta Zaar. Era quello con il leone al centro del petto, forse il primo robot a potersene fregiare. E la sigla italiana, ve la ricordate? C’era un verso che sintetizzava chiaramente la missione di Daltanious: "...odia gli stupidi, aiuta i deboli, dagli invasori ci difenderà...". Bene, adesso lo avete messo a fuoco.

Ma quello che è successo dopo, a partire dagli anni ’90, è ancora più interessante, perché un ragazzo di Reggio Calabria sceglie proprio Kento come suo nome d’arte. Lui è Francesco Carlo: rapper, scrittore, formatore e live performer. Io l’ho conosciuto nei primi 2000 come Kento il rapper, le altre dimensioni si sarebbero aggiunte nel corso degli anni. Col tempo anche il nome e il cognome sono tornati a incorniciare la sua identità pubblica: Francesco "Kento" Carlo, con il nome d’arte incastonato al centro, come il leone Beralios nel petto del Daltanious. E in effetti non si può dire che non sia rimasto coerente con la missione originale del cartone degli anni ’80. Il suo percorso artistico e di impegno civile testimonia esattamente questo. Dai laboratori di rap nelle carceri minorili, all’esperienza a bordo della Ocean Viking. Dal disco "Sacco o Vanzetti" ai libri, fino ai progetti di sensibilizzazione contro la criminalità organizzata. Perché in tutto questo tempo Kento non ha mai smesso di fare rap; basti pensare al brano Odia gli indifferenti, con DJ FastCut e Principe. (Chi sono gli indifferenti di oggi se non gli "stupidi" di cui parlava la vecchia sigla di Daltanious?)

Ho scritto anche troppo, vi lascio leggere l’intervista.

Grazie Francè.

La scelta

Sei rapper, scrittore, live performer, formatore. Tanti ambiti legati da un minimo comune denominatore: l’utilizzo intenzionale e consapevole della parola. Quando hai capito che questa sarebbe stata la tua strada? Descrivi quel momento, o il processo che ti ha portato a prendere una decisione così importante per la tua vita.

Non c’è stato un momento di rivelazione improvvisa. Per diversi anni ho avuto una carriera che potremmo definire normale, con un lavoro d’ufficio, orari, responsabilità e una relativa sicurezza. Parallelamente, però, il rap continuava a crescere. Cresceva lo spazio che occupava nelle mie giornate, il bisogno di scrivere, di salire sul palco, di incontrare le persone attraverso la musica. A un certo punto le due vite hanno smesso di poter convivere pacificamente.

Ho dovuto scegliere tra una strada già tracciata e una che non offriva nessuna garanzia. Non è stata una decisione romantica. Lasciare un lavoro sicuro per l’arte significa fare i conti con la paura, con il denaro, con il giudizio degli altri e con la possibilità concreta di fallire. Il mito secondo cui basta seguire i propri sogni è spesso una frase pronunciata da chi può permettersi di cadere. Io sapevo che stavo facendo un salto nel vuoto, non entrando in una favola.

Eppure mi era diventato chiaro che restare avrebbe avuto un costo ancora più alto. Avrei continuato a essere efficiente in una vita che non sentivo più mia. Così ho scelto il rap, non perché fossi certo di avere successo, ma perché ero certo che non provarci mi avrebbe reso infelice.

Da quel momento la parola è diventata il centro del mio lavoro, anche quando il lavoro ha assunto forme diverse. Nella musica, nei libri, nei laboratori, negli incontri pubblici, la domanda è sempre la stessa: che cosa può fare una parola quando viene usata con intenzione? Può raccontare una ferita senza trasformarla in spettacolo, può creare un conflitto senza ridurlo a insulto, può restituire complessità a chi viene definito soltanto da un’etichetta.

Ho capito che quella era la mia strada quando ho accettato di non sapere dove mi avrebbe portato. A volte la consapevolezza non consiste nell’avere finalmente tutte le risposte ma nel decidersi a seguire le domande.

In viaggio per l’Italia

Hai un’agenda piena zeppa di impegni, che ti porta senza sosta da una parte all’altra dell’Italia. Partire, tornare, e poi ripartire di nuovo. E così ogni settimana. Immagino sia molto stancante. E anche se questo è il tuo lavoro immagino sia qualcosa di molto più profondo a muoverti. Che cos’è? Raccontacelo.

È stancante, sì. Non voglio trasformare la stanchezza in una medaglia, perché viviamo in una società che spesso confonde l’essere sempre occupati con l’essere importanti. Il movimento continuo può diventare anche una forma di fuga, e bisogna avere l’onestà di chiedersi ogni tanto da cosa si sta scappando.

Nel mio caso, però, ciò che mi muove è soprattutto l’incontro. Viaggio perché il lavoro che faccio non può esistere davvero a distanza. Ha bisogno dei corpi, degli sguardi, delle esitazioni, dei silenzi. Un laboratorio in un carcere minorile, un incontro in una scuola, un concerto, una presentazione non sono semplicemente appuntamenti diversi in agenda. Sono luoghi in cui la parola viene messa alla prova. Posso scrivere tutto ciò che voglio sulla dignità, sull’ascolto o sui diritti, ma poi devo vedere se quelle parole resistono davanti a una persona che ha avuto una vita radicalmente diversa dalla mia.

Mi muove anche una forma di responsabilità. Ho avuto la possibilità di costruire un lavoro intorno alla mia voce, e questo comporta il dovere di non usarla soltanto per parlare di me. Non mi interessa portare risposte nei luoghi in cui vado. Mi interessa creare le condizioni perché emergano domande migliori, comprese quelle che mettono in discussione me, il mio ruolo e il mondo da cui provengo.

C’è poi una cosa più semplice: continuo a sorprendermi. Ogni viaggio modifica almeno un dettaglio di quello che pensavo di sapere. Una frase detta da un ragazzo, una domanda del pubblico, una storia ascoltata in treno possono incrinare una certezza e costringermi a riscrivere qualcosa. Finché accade questo, il movimento non è soltanto spostamento. È un modo per non diventare prigioniero della mia stessa narrazione.

Naturalmente esiste un prezzo: il tempo sottratto alle persone care, la fatica, la sensazione di non essere mai completamente in un luogo. La vera sfida, per me, non è continuare a partire. È capire quando una partenza ha ancora un senso e quando, invece, serve il coraggio di fermarsi. Perché anche la presenza, se non prevede mai l’immobilità, rischia di diventare soltanto un’altra forma di assenza.

Le pause

Raccontaci anche delle pause. Perché spero per te che ogni tanto farai qualche pausa! Cosa provi in quelle giornate? Cosa pensi? Vorrei chiederti se ogni tanto ti prendi dei momenti per guardare quello che fai dal di fuori, con un punto di vista esterno.

Le pause ci sono, anche se devo ammettere che non sono sempre bravo a proteggerle. Quando per molto tempo vivi seguendo partenze, scadenze e appuntamenti, fermarti può provocare inizialmente una sensazione quasi innaturale. Il corpo rallenta, ma la mente continua ancora per un po' a preparare valigie, rispondere a messaggi, immaginare ciò che viene dopo. È uno dei paradossi del nostro tempo: siamo talmente abituati a misurare il valore delle giornate attraverso quello che produciamo, che a volte anche riposare ci sembra una colpa.

Per me la pausa non coincide necessariamente con il silenzio o con l’isolamento. Mi piace partecipare a piccoli eventi di poesia da semplice spettatore, sedermi in mezzo al pubblico e, per una volta, non dover salire sul palco. Ascoltare senza preparare una risposta, senza pensare a come trasformare ciò che accade in una performance o in un contenuto. Lasciarmi sorprendere dalla voce di qualcuno che magari non conosco, da un verso imperfetto ma autentico, da un modo diverso di abitare le parole. Mi piace leggere per lo stesso motivo: entrare nel pensiero di un’altra persona e restarci senza dover subito aggiungere il mio.

Sono momenti importanti anche perché mi permettono di guardare il mio lavoro da fuori. Quando sei continuamente dentro ciò che fai, rischi di confondere il movimento con la direzione. Puoi essere molto impegnato e, allo stesso tempo, non sapere più dove stai andando. Fermarmi serve a chiedermi se quello che faccio conserva ancora una necessità, oppure se sto soltanto ripetendo una versione di me che ha funzionato in passato.

In quelle giornate provo spesso gratitudine, ma anche inquietudine. Penso alle persone incontrate, alle occasioni che ho avuto, alle parole che forse avrei potuto usare meglio. Cerco di capire se sto ascoltando ancora davvero o se, senza accorgermene, ho cominciato a rispondere in automatico. Credo che il rischio più grande, per chi lavora con la parola, sia diventare troppo bravo a raccontarsi. A un certo punto la propria narrazione può trasformarsi in una gabbia elegante: tutto appare coerente, ma niente è più vivo.

Per questo ho bisogno di tornare ogni tanto tra il pubblico. Di non essere la voce al centro, ma una delle persone che ascoltano. La pausa, per me, non è il contrario del lavoro. È il luogo in cui provo a ricordarmi perché ho cominciato a farlo.

Se non facessi il rapper

Se non facessi nessuna delle attività che oggi sono parte del tuo lavoro, cosa faresti nella tua vita? Perché?

Sarebbe bello fare il soccorritore in mare. Sulla Ocean Viking ho avuto la possibilità di addestrarmi con la squadra e di partecipare a un’operazione di salvataggio. Non è sufficiente per definirmi un soccorritore professionista, naturalmente: servono competenze, preparazione, disciplina e una lucidità che si costruiscono nel tempo. Ma quell’esperienza mi ha fatto intravedere un modo di stare al mondo che sento molto vicino.

Nel mio lavoro provo a cambiare le cose attraverso le parole, e so che una parola può spostare un pensiero, aprire una possibilità, perfino modificare il corso di una vita. In mare, però, il rapporto tra ciò che fai e la sua conseguenza diventa immediato. Una persona è in pericolo, tu allunghi le mani e, insieme agli altri, provi a portarla in salvo. Non è una metafora. In quel momento il tuo corpo, la tua attenzione e la tua capacità di fare la cosa giusta possono contribuire alla differenza più radicale che esista: quella tra la vita e la morte.

C’è qualcosa di profondamente pulito in questa concretezza. Non perché il soccorso sia semplice o eroico, anzi. Da quello che ho visto è un lavoro collettivo, tecnico, faticoso, nel quale il protagonismo personale può diventare persino pericoloso. In una società in cui tutti siamo spinti a essere visibili, il soccorso ti insegna il valore molto più serio dell’essere utile. Nessuno si salva da solo e, soprattutto, nessuno salva da solo.

Mi piacerebbe fare questo e avere anche il tempo di leggere poesie. Salvare vite umane con le proprie mani e poi sedersi, magari sul ponte di una nave, ad ascoltare le parole di qualcun altro. A pensarci bene, non sono due desideri così distanti. Il soccorso impedisce che un corpo scompaia. La poesia impedisce che quella vita venga ridotta soltanto a un corpo sopravvissuto, a un numero, a una statistica o alla parola "migrante".

Forse sceglierei una vita divisa tra questi due gesti: aiutare qualcuno a restare al mondo e continuare a cercare parole che rendano quel mondo degno di essere abitato.

Come siamo arrivati qui?

Facciamo un giro fuori, guardiamoci intorno. In media, è decisamente una merda. Dire che siamo piombati in una delle peggiori distopie che leggevamo da ragazzi è quasi banale. Un eufemismo. Allora ecco, ti faccio domanda aperta, come si è arrivati qui?

Ci siamo arrivati perché il capitalismo ha vinto prima di tutto una battaglia culturale: è riuscito a presentarsi non come un sistema storico, fondato su precisi rapporti di forza, ma come l’unico mondo possibile. Così, quando qualcosa non funziona, non mettiamo in discussione il sistema. Diamo la colpa all’individuo, che non sarebbe abbastanza produttivo, competitivo o adattabile.

Marx parlava di sfruttamento, proprietà e lotta di classe. Concetti tutt’altro che superati. La contraddizione fondamentale resta quella tra chi possiede e chi deve vendere il proprio tempo per vivere. Oggi, però, viene nascosta dietro la retorica dell’imprenditore di se stesso: il precario diventa flessibile, il rider autonomo, il povero poco ambizioso. Il conflitto tra capitale e lavoro viene trasformato in competizione tra lavoratori.

È questo uno dei successi più grandi del sistema: aver convinto persone che subiscono le stesse dinamiche a combattersi tra loro, contro chi è più povero, contro chi arriva da lontano, contro chi riceve un sussidio. Intanto la ricchezza continua a concentrarsi verso l’alto.

Nel frattempo tutto diventa merce: la casa, la salute, l’istruzione, il tempo, la cultura, perfino l’attenzione e le relazioni. Se qualcosa è necessario alla vita, diventa un’occasione di profitto. Se non produce profitto, viene abbandonato. Non è un guasto del sistema: è il suo funzionamento coerente.

Ci siamo arrivati anche perché si sono indeboliti i luoghi dell’organizzazione collettiva. Le persone sono rimaste sole davanti a problemi strutturali e hanno cominciato a viverli come fallimenti personali. Questa, per me, è una delle forme più profonde di alienazione.

La distopia non è arrivata all’improvviso. È stata costruita lentamente, diritto dopo diritto trasformato in servizio e lavoratore dopo lavoratore trasformato in cliente. Il primo passo per uscirne è tornare a nominare le cose: esistono classi, interessi contrapposti, sfruttamento e dominio. Il capitalismo ci preferisce soli, colpevoli e in competizione. La risposta non può che essere collettiva.

La speranza

E, al contrario, quali sono, se ci sono, gli elementi che ti aprono uno spiraglio di speranza per il futuro?

La speranza, per me, non è la fiducia che le cose si sistemeranno da sole. È esattamente il contrario: nasce dalla consapevolezza che questo sistema non è naturale, eterno né invincibile. È stato costruito dagli esseri umani e dagli esseri umani può essere trasformato.

Il capitalismo produce sfruttamento e disuguaglianza, ma produce anche le condizioni perché persone molto diverse riconoscano di avere interessi comuni. Ogni volta che lavoratori, studenti, donne, persone migranti o comunità marginalizzate smettono di percepirsi come concorrenti e iniziano a organizzarsi, si apre una possibilità reale.

Trovo speranza nelle forme di solidarietà che continuano a esistere nonostante tutto: chi salva vite in mare, chi difende un posto di lavoro, chi occupa uno spazio abbandonato, chi costruisce cultura dove il mercato non vede alcun profitto. Sono esperienze spesso piccole e fragili, ma dimostrano che gli esseri umani non sono soltanto individui mossi dall’interesse personale, come vorrebbero farci credere.

La speranza è anche nelle contraddizioni del sistema. Un modello che concentra una ricchezza enorme in pochissime mani, mentre rende precaria la vita della maggioranza, prima o poi rende visibile la propria violenza. Il problema è trasformare il malessere in coscienza, e la coscienza in organizzazione. La rabbia da sola può essere facilmente manipolata. Una rabbia che comprende le cause, invece, può diventare forza politica.

Non credo nell’ottimismo, ma nella possibilità. E la possibilità comincia quando smettiamo di aspettare un salvatore e torniamo a riconoscerci come soggetto collettivo. La storia non procede automaticamente verso il meglio. Però non è nemmeno finita.

Scrivere il rap

Parliamo di rap, di scrittura del rap. Ci racconti il processo che ti porta a confezionare una strofa nuova? Cosa ti ispira, come monti i pezzi, e soprattutto come capisci che è conclusa e non ci saranno ulteriori modifiche?

Per me il rap è una forma di instant music. Nasce quasi sempre da un’urgenza, da qualcosa che preme e che chiede di essere detto in quel momento preciso. Può essere un fatto politico, una frase ascoltata per strada, un’immagine, una rabbia, oppure semplicemente un ritmo che comincia a girarmi in testa. Non parto quasi mai da un progetto troppo definito. Seguo l’istinto e provo a capire dove vuole portarmi.

Di solito arriva prima una frase, oppure una coppia di versi. Se hanno il suono giusto, cominciano a chiamarne altri. La scrittura del rap, per me, è molto fisica: non lavoro soltanto sul significato, ma sul respiro, sugli accenti, sulla posizione delle parole dentro la battuta. Un verso può essere bellissimo sulla pagina e completamente sbagliato quando lo pronunci. Per questo scrivo spesso ad alta voce, camminando, ripetendo, cercando il punto in cui senso e ritmo smettono di ostacolarsi.

Non monto i pezzi con un metodo scientifico. A volte la strofa procede in ordine, altre volte nasce da frammenti che poi trovano una loro posizione. Ma tendo a non lavorarla troppo. La perfezione può diventare una forma di sterilità: a forza di correggere, rischi di togliere al testo proprio la tensione che lo aveva fatto nascere. Il rap deve conservare qualcosa dell’istante, perfino una piccola asperità, perché è lì che spesso rimane la verità.

Capisco che una strofa è finita quando riesco a dirla dall’inizio alla fine senza sentire punti morti, senza percepire che una parola è lì soltanto per chiudere una rima. Non significa che sia perfetta. Significa che ha raggiunto la forma necessaria per quell’urgenza. Una volta chiusa, difficilmente la riapro. Anche se mesi dopo potrei scriverla meglio, non sarebbe più la stessa strofa: sarebbe il testo di una persona diversa, in un altro momento.

Le mie canzoni restano legate al tempo in cui sono nate. Non le considero monumenti da levigare all’infinito, ma fotografie emotive e politiche. Devono trattenere la temperatura di quell’istante. Quando quella temperatura è ancora viva e le parole reggono il ritmo, per me il brano è concluso.

Oltre il rap

Ti sei misurato con diversi generi musicali nel corso del tempo. Ci racconti le tue esperienze?

Il reggae e il blues attraversano concretamente tutta la mia storia musicale. Il reggae è stato una presenza costante fin dagli anni dei Kalafro e continua a essere una delle mie principali fonti di ispirazione. Il blues, invece, è diventato un terreno di sperimentazione esplicita nei due dischi realizzati con la band The Voodoo Brothers.

Non li considero generi estranei al rap, ma linguaggi che provengono da radici musicali e culturali comuni. Tutti e tre nascono dall’esperienza della diaspora africana e dalla capacità di trasformare oppressione, marginalità e sofferenza in ritmo, racconto e resistenza. Il blues dà voce alla ferita senza chiedere pietà. Il reggae riesce a tenere insieme spiritualità, denuncia politica e dimensione popolare. Il rap raccoglie entrambe queste eredità e le porta dentro il presente.

Con i Voodoo Brothers non abbiamo semplicemente aggiunto una chitarra blues a delle basi rap. Abbiamo cercato un linguaggio comune, lavorando sull’incontro tra strumenti suonati, parola ritmica e attitudine. Allo stesso modo, il reggae non è mai stato per me una decorazione sonora o un’incursione occasionale: è una cultura che ha influenzato il mio modo di scrivere, di stare sul palco e di concepire la musica come strumento politico e collettivo.

Non mi interessa attraversare altri generi per dimostrare di essere versatile. La contaminazione ha senso quando nasce da una conoscenza reale e da un’affinità profonda. Nel mio caso, rap, reggae e blues non si escludono e non rappresentano tre direzioni differenti. Sono tre modi di risalire alle stesse radici e di trasformare una condizione individuale in una voce condivisa.

Il lato oscuro

Parlaci di un tuo lato oscuro. O comunque di un lato di te che non ti piace. Con cui però magari hai imparato a venire a patti. O che, addirittura, nel tempo, hai imparato ad accogliere. A trasformarlo in una ricchezza. Puoi pensare a qualcosa del genere?

Ho un’inquietudine costante. Ho bisogno continuo di stimoli, progetti, viaggi, incontri, idee nuove. Appena una cosa si stabilizza, una parte di me comincia già a cercare quella successiva. È come se avessi difficoltà a restare dentro un momento senza domandarmi immediatamente che cosa potrebbe venire dopo.

Questo mi ha aiutato molto nel lavoro. Mi rende curioso, mi spinge a esplorare linguaggi e ambienti diversi, mi impedisce di adagiarmi troppo facilmente su ciò che ho già fatto. Molte delle esperienze più importanti della mia vita sono nate proprio da questa incapacità di accontentarmi della traiettoria più prevedibile.

Ma sarebbe falso raccontarla soltanto come una risorsa. Essere dipendenti dagli stimoli significa anche rischiare di consumare le esperienze invece di viverle. Puoi trovarti in un luogo straordinario e pensare già al treno del giorno dopo. Puoi raggiungere un risultato desiderato a lungo e sentirne la soddisfazione soltanto per pochi minuti, prima che la mente ricominci a correre. L’inquietudine produce movimento, ma non necessariamente presenza.

Con il tempo ho imparato almeno a riconoscerla. Prima la confondevo con l’ambizione o con l’energia. Oggi so che a volte è anche paura del vuoto, difficoltà a fermarmi e ad ascoltare ciò che emerge quando non c’è niente da fare, organizzare o produrre. Non credo di averla risolta. Cerco piuttosto di non lasciarle il controllo totale.

La parte utile provo a conservarla: la curiosità, il desiderio di cambiare, la disponibilità a espormi a qualcosa che non conosco. La parte distruttiva provo a contenerla, ricordandomi che un’esperienza non vale soltanto se diventa una canzone, un progetto o un racconto. A volte dovrebbe bastare esserci.

Forse il vero lavoro, per me, è imparare che l’intensità non coincide sempre con l’accumulo. E che godersi un istante non significa smettere di cercare. Significa almeno concedergli il tempo di esistere prima di trasformarlo in qualcos’altro.

La morte

Parliamo di morte. Che rapporto hai con questa cosa? Se ci sono, dimmi tre cose che vuoi aver fatto prima di morire. Perché?

Ho un rapporto abbastanza pacificato con la morte. Non nel senso che non mi faccia paura, perché credo che una parte di paura sia inevitabile, ma non la considero un pensiero da rimuovere. Se guardo indietro, mi accorgo di aver realizzato quasi tutti i sogni che avevo da ragazzo: fare dischi, scrivere libri, vivere della mia arte, salire su palchi importanti, incontrare persone e attraversare luoghi che allora non avrei nemmeno saputo immaginare.

Per questo, in un certo senso, mi sento pronto a morire ogni giorno. Non è una frase nichilista e non significa che abbia voglia di morire. Significa che cerco di non rimandare la vita a un momento futuro in cui finalmente avrò più tempo, più sicurezza o meno paura. Mi piacerebbe morire molto tardi, naturalmente. Ma magari sul palco, come Mango: nel luogo in cui sono più vivo, mentre sto facendo ciò che ho scelto.

Non ho una lista precisa di tre imprese da completare. Ho piuttosto tre direzioni in cui vorrei continuare a muovermi. Vorrei lasciare parole capaci di essere ancora utili quando non ci sarò più, non necessariamente celebri, ma vive nella memoria di qualcuno. Vorrei continuare a meritare l’amore delle persone che mi sono vicine, perché nessun successo pubblico compensa i rapporti trascurati. E vorrei arrivare alla fine senza essermi addomesticato, conservando la curiosità, la capacità di indignarmi e il coraggio di cambiare idea.

La morte mi ricorda che il tempo non è infinito. È anche per questo che vivo con tanta intensità, a volte perfino troppa. Non voglio limitarmi a esistere con prudenza, nell’attesa che arrivi il momento giusto. Il momento giusto, quasi sempre, è quello che rischiamo di lasciar passare.

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Andrea Prosperi

Andrea Prosperi

Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».