Bill Gates vuole vietare le macchine in alcuni lavori.
L'uomo che ha messo il software ovunque propone di tenerlo fuori per legge da alcuni mestieri. Nei rilanci italiani è passata come la proposta di una tassa sui robot e un «40%» che nel saggio non esiste. Ma la cosa interessante è un'altra: come definire quello che resterà umano.
Il 26 agosto Bill Gates ha pubblicato sul suo blog un lungo saggio dal titolo «The turbulent AI era is here», che apre con una frase da tenere a mente: «Anche nelle migliori circostanze, la transizione all'era dell'AI sarà uno dei periodi più turbolenti della storia umana». E poi: «Non c'è nessun piano». E ancora, ci sono tre rischi (i lavori che spariscono per sempre, l'AI che dà potere a chi vuole fare danni, l'AI che sostituisce le relazioni e frena lo sviluppo dei ragazzi), alcuni benefici (sanità, agricoltura nei paesi poveri, meno burocrazia, più salute mentale), e alcune proposte. La prima è un'architettura tecnologica istituzionale comune e internazionale. La seconda è una tassa sui token AI e sui robot. E poi c'è quella che ha fatto notizia: secondo lui alcuni lavori dovrebbero essere riservati agli umani, anche quando la macchina saprebbe farli.
Bill Gates vuole davvero riservare il 40% dei lavori agli umani?
I rilanci italiani hanno preso due cose: la tassa sui robot e un numero, «fino al 40% dei posti di lavoro riservati agli esseri umani». Ma… il numero nel saggio non c'è (!) Viene da un'intervista ad Axios dello stesso giorno, e dice quasi l'opposto: «in una forma molto estrema potrei immaginare che il 40% dei lavori venga inizialmente riservato agli umani. Ma più in alto di così non riesco ad arrivare». Non è un obiettivo, è un tetto: Gates ha provato a calcolare quanto lavoro si possa proteggere e si è fermato lì. Il resto, nella sua testa, semplicemente non c'era. Sempre ad Axios ha detto che scommetterebbe la reputazione sul fatto che «sarà molto brutta per il mercato del lavoro». Quindi, insomma, il titolo giusto non era «Gates vuole riservare il 40% del lavoro agli umani». Era «Gates non riesce a salvarne più del 40%». (!)
Da dove nasce l'idea del «Human Reserved»
Da suo padre. È morto di Alzheimer nel 2020 e negli ultimi anni è stato assistito giorno e notte da caregiver «che lo capivano anche quando faticava a esprimersi. Non sempre riusciva a dire quando aveva fame, ma loro lo sapevano sempre». Gates scrive: «C'era qualcosa di irrimediabilmente umano in quella cura. Nessun robot avrebbe potuto o dovuto farla».
La metafora che sceglie è quella delle riserve naturali: posti dove potremmo costruire strade e palazzi «e scegliamo di non farlo, perché la perdita sarebbe troppo grande». E l'esempio che chiude il ragionamento è il più netto del saggio: immagina un robot che ti comunica che hai una malattia incurabile. «Non c'è nessuna ragione tecnica per cui non potrebbe. Eppure non dovrebbe.»
Poi, con un'onestà rara in questi testi, elenca le domande a cui non sa rispondere: chi decide cosa riservare? con quali criteri? come si impedisce alle aziende di barare? cosa succede al commercio internazionale se un paese usa i robot e l'altro no? E aggiunge che il confine cambierà da paese a paese: il Giappone, che non ha abbastanza giovani per curare gli anziani, potrebbe accogliere un robot badante mentre altri, invece, lo vieterebbero.
Quali lavori resteranno agli umani secondo Gates?
Ed è qui che il saggio diventa interessante per chi si occupa di mente e non di economia. Gates dice due cose diverse, e le dice entrambe. La prima è economica: si riserva un lavoro quando togliere le persone ne sposterebbe troppe e troppo in fretta («non puoi dire a un cinquantacinquenne che ha fatto il muratore tutta la vita di andare a lavorare in una casa di riposo e aspettarti che lo trovi appagante»). La seconda non è economica, ed è quella del padre: certe cose restano umane perché il loro valore è la relazione. Cura, insegnamento, salute mentale. La notizia che nessuno vorrebbe ricevere da un altoparlante.
Il criterio, cioè, non è «cosa sa fare la macchina». La macchina, per Gates, saprà fare quasi tutto e meglio. Il criterio, o la domanda da porsi è: in questo lavoro, la persona dall'altra parte ha bisogno di essere vista da qualcuno che si adatta a lei?
È esattamente quello che diceva lo studio che ho commentato la settimana scorsa in Il chatbot è un bravo psicologo? (26 agosto 2026): alla prova della scala dei terapeuti, il chatbot batte gli umani su empatia e validazione — le frasi giuste — e crolla su tecnica e adattamento alla persona. Gates vuole riservare agli umani proprio i lavori dove l'adattamento alla persona è il lavoro. E lo stesso Gates, poche righe prima, spiega perché il compagno AI che «non ti spinge mai fuori dalla zona di comfort» è una «grande serra protetta» in cui i ragazzi non crescono.
La parte che nessuno ha ripreso
Il saggio si chiude con una domanda che non è da economista: «come preservare la nostra umanità in un'epoca in cui le macchine possono pensare meglio di noi?». Gates la affida a un elenco di persone da mettere al tavolo — lavoratori, studenti, insegnanti, leader religiosi — e cita perfino l'enciclica di Leone XIV sull'intelligenza artificiale.
Io la leggo così. Se il criterio per un lavoro «umano per statuto» è la capacità di stare in relazione — di accorgersi che l'altro ha fame anche se non lo dice — allora quella capacità non è un dato, è un'abilità. La si allena o la si perde. Ed è la stessa abilità che perdiamo per prima quando passiamo la giornata a farci rispondere da qualcosa che non si adatta mai a noi: l'attenzione, l'ascolto, la tolleranza di un silenzio. È il tema di Mindful Tech e di quello che faccio con le aziende nel Mindful Tech Program: non decidere quali lavori tenere umani, ma restare umani abbastanza per continuare a farli.
Foto di copertina: Bogdan Hoyaux / European Union, 2025 — via Wikimedia Commons, CC BY 4.0.
Un caso concreto di macchina messa dove servirebbe un umano: le palestre per la mente di ServiceNow, dove ad allenare l'attenzione è un coach AI con il punteggio.
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Andrea Prosperi
Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».










