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Il chatbot è il nuovo diario segreto? Un giovane su 5 lo usa come uno psicologo. Ma non lo dice.

Lo studio pubblicato su JAMA Pediatrics afferma che otto milioni di ragazzi americani si confidano con l'intelligenza artificiale. Ma il dato che conta non è l'uso. È il silenzio.

Andrea Prosperi
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Un adolescente o giovane adulto americano su cinque — il 19,2%, circa 8,2 milioni di ragazzi tra i 12 e i 21 anni — ha chiesto almeno una volta consigli sulla propria salute mentale a un chatbot. Un anno prima era uno su otto: una crescita di quasi la metà in dodici mesi. Il dato viene da un'indagine rappresentativa della popolazione statunitense, pubblicata su JAMA Pediatrics a giugno, e da solo basterebbe a giustificare il titolo. Ma non è il numero più importante dello studio.

Il numero più importante è il silenzio

Due su tre — il 63,3% — non l'hanno mai detto a nessuno. Non ai genitori, non agli amici, non a un professionista. Tra chi ne parla, il confidente più frequente è un amico (28%); un adulto di fiducia — genitore, insegnante, medico — arriva al 16,4%. Il chatbot non è solo un consigliere: è un consigliere segreto. (È il nuovo diario segreto?). E il segreto è la parte che dovrebbe farci riflettere, perché toglie a chiunque — famiglia, scuola, clinici — la possibilità di sapere che quel dialogo sta avvenendo, con quali consigli e con quale peso. Gli autori lo dicono senza giri di parole: senza questa informazione, chi ha in cura un ragazzo può perdersi il consigliere più assiduo che quel ragazzo ha.

Qualche altro numero per completare il quadro: il 42,8% di chi li usa lo fa almeno una volta al mese, il 5,8% ogni giorno. Le ragazze li usano il doppio dei ragazzi, i 18-21enni quasi quattro volte più dei 12-14enni. E la scala complessiva è questa: il 19,2% che chiede consigli all'AI è numeroso quanto il 19,8% dei giovani americani che riceve un supporto psicologico professionale. Due canali della stessa taglia. Ma uno dei due non ha un albo professionale (!).

Il dato che nessuno ha ripreso

C'è però un risultato controintuitivo, che la copertura italiana dello studio ha lasciato indietro: chi usa i chatbot per la salute mentale ha più probabilità — quasi il doppio — di aver parlato anche con un medico della propria salute mentale negli ultimi sei mesi. Quindi, almeno per ora, il chatbot non sta sostituendo il professionista: lo sta affiancando, di nascosto. La notizia è migliore di quella che circola («i ragazzi si curano con ChatGPT») e insieme peggiore: il dialogo con l'AI si somma alla cura senza che il terapeuta lo sappia.

«Utile» non vuol dire «buono»

Il 91,7% giudica i consigli ricevuti abbastanza o molto utili. Sembra un voto di fiducia, ma gli stessi autori invitano a maneggiarlo con le pinze: i modelli linguistici tendono alla piaggeria — assecondano, lusingano (!), raramente contraddicono — e la sensazione di essere capiti non è una misura della qualità del consiglio. La ricerca citata nello studio dice anzi che le persone si fidano dei consigli medici generati dall'AI anche quando sono di bassa qualità. Per un adolescente in difficoltà, un interlocutore che non contraddice mai è esattamente il contrario di quello che serve.

E quindi?

RAND, dopo i dati, è passata alle proposte: standard di sicurezza per i chatbot usati dai minori, meccanismi di rinvio a professionisti quando la conversazione tocca certe soglie, trasparenza, limiti al design che simula la relazione. Arriveranno, prima o poi. Ma la parte che non dipende dai regolatori è quella vecchia: un quinto dei ragazzi ha domande sulla propria vita interiore e le fa alla macchina perché la macchina è accessibile, anonima e non giudica. Il problema non è che l'AI ascolti. È che forse non c'è in giro abbastanza ascolto umano accessibile e non giudicante. Lo studio allora suggerisce il primo passo, che sembra minuscolo, ma almeno è un punto di partenza: chiedere. Non sequestrare il telefono, non demonizzare: chiedere, sapere che succede, esserci.

In sintesi, e quasi paradossalmente, incarnare proprio quelle qualità che la macchina sembra incarnare al posto nostro. Bizzarro, no?

Di cosa succede quando deleghiamo il pensiero ai chatbot ne ho scritto qui; e anche di come l'AI impatta sulla vita delle persone neurodivergenti ho scritto qui.

Un'avvertenza importante sulla ricerca: i dati sono americani (survey autoriportata, 1.009 rispondenti pesati sulla popolazione USA) e non esiste ancora un equivalente italiano con questa qualità. Se il tema ti tocca da vicino — tuo o di qualcuno vicino — rivolgiti a un professionista sanitario.

P.S. Cosa succede quando il chatbot è anche bravo a capirti? Due esperimenti misurano il prezzo dell'empatia artificiale: Il chatbot che ti capisce ti fa stare meglio. E ti fa uscire di meno (8 settembre 2026).

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Andrea Prosperi

Andrea Prosperi

Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».