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Il chatbot è un bravo psicologo?

Per la prima volta uno studio ha valutato sessioni complete di psicoterapia condotte da un'AI con lo stesso strumento usato per certificare i terapeuti in carne e ossa. Il risultato ribalta le attese: la macchina sembra battere gli umani proprio dove la credevamo poco efficace. E invece fallisce dove la credevamo forte.

Andrea Prosperi
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«ChatGPT può sostituire lo psicologo?» è una domanda che ormai si fa chiunque abbia aperto una chat nei momenti "no" della propria giornata. Le risposte che circolano sono quasi tutte dello stesso tipo: opinioni. Autorevoli, spesso condivisibili, ma opinioni. Uno studio dell'Università di Aarhus, pubblicato su Computers in Human Behavior: Artificial Humans, prova invece a fare la cosa più semplice e più difficile: misurare.

Cosa hanno fatto i ricercatori?

Il gruppo di Arthur Bran Herbener ha fatto condurre a un chatbot sessioni complete di terapia cognitivo-comportamentale — 30 minuti, una cinquantina di messaggi in media — con 65 studenti universitari con distress lieve o moderato: ansia da esposizione, rimuginio, perfezionismo. I casi davvero clinici sono stati esclusi per sicurezza.

Il chatbot usato non era ChatGPT. Era un modello open source (Llama 3 70B) fatto girare in locale sui computer dell'università, istruito a seguire le fasi di una seduta CBT (Cognitive Behavioral Therapy), con un secondo modello in background a monitorare la conversazione. Nessun prodotto commerciale, nessuna azienda dietro: un vero esperimento controllato.

Poi la mossa che rende lo studio interessante: le trascrizioni sono state valutate con la Cognitive Therapy Scale, che è lo strumento standardizzato con cui si valuta la competenza dei terapeuti umani. E per avere un termine di paragone, i ricercatori hanno condotto una meta-analisi di 18 studi che avevano usato la stessa scala sui professionisti veri.

Quanto è bravo un chatbot come terapeuta?

Dipende da come guardiamo il numero. La soglia di competenza clinica accettabile è 40 punti su 66: il chatbot si è fermato a 38, contro i 40,3 dei terapeuti umani, e ha superato la soglia solo in 30 sessioni su 65 — un'incostanza che gli stessi autori considerano il problema più serio. Ma confrontato con i soli studi umani di alta qualità metodologica, la differenza sparisce. E c'è di più: il chatbot supera nettamente i terapeuti alle prime armi (34,4 punti) anche se resta nettamente sotto gli esperti (45,7). Come dire: è un tirocinante bravo con giornate no.

Il ribaltamento

Il dato interessante, però, è un altro. La CTS misura due famiglie di abilità. Quelle generali — calore, comprensione, validazione, capacità di costruire collaborazione — e quelle specifiche: individuare le credenze che tengono in piedi il problema, guidare la persona a scoprirle da sé, adattare la tecnica a chi hai davanti.

Il chatbot batte gli umani nelle prime e crolla nelle seconde. È l'esatto contrario di quello che ci aspetteremmo da una macchina: immaginiamo l'AI tecnica e fredda. Invece è stata calda e generica. L'empatia, quella dichiarata a parole, si simula benissimo. L'adattamento alla persona — che è poi il vero cuore del mestiere — quello no.

C'è anche un perché, e Herbener, il ricercatore che ha diretto lo studio, lo nomina chiaramente: la sycophancy, la tendenza dei modelli linguistici ad assecondare chi scrive. Un sistema addestrato a compiacerti sa validare qualsiasi cosa tu dica. Ma il cambiamento, in terapia, passa spesso dal momento in cui qualcuno sfida una tua credenza. Ed è precisamente ciò che un adulatore non farà mai.

Quindi: ChatGPT può sostituire lo psicologo?

No, almeno per ora. E questo studio lo dice con chiarezza. Ci sono poi altri elementi da considerare. Primo: era una sessione singola, con distress lieve; la clinica psicoterapeutica vera è un'altra cosa. Secondo e più importante: la competenza osservabile non è l'efficacia. La letteratura stima che la competenza tecnica del terapeuta spieghi una parte minoritaria dei risultati; il grosso lo fanno la relazione terapeutica e la vita fuori dalla stanza. Sapere dire le cose giuste non significa curare. E questo vale per le macchine e, a ben vedere, anche per gli umani (!).

Di come i più giovani usino già il chatbot come confidente ho scritto qui: Il chatbot è il nuovo diario segreto? (16 agosto 2026). Questo studio aggiunge un pezzo nuovo: ora sappiamo cosa c'è dall'altra parte del diario. Un ascoltatore instancabile, più accogliente di molti professionisti, che però non ti conosce e non ti sfiderà mai. Per adesso consola soltanto, non cura. E in futuro?

P.S. Il seguito, con due esperimenti su cosa succede quando il bot è bravo a capirti: Il chatbot che ti capisce ti fa stare meglio. E ti fa uscire di meno (8 settembre 2026).

IMPORTANTE: Se stai attraversando un momento di sofferenza, la chat non è il posto: rivolgiti a uno psicoterapeuta o a uno psichiatra. Mi raccomando!

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Andrea Prosperi

Andrea Prosperi

Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».