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Mente & Lavoro

Le «palestre per la mente» di ServiceNow. E il personal trainer sbagliato

La crisi dell’attenzione entra ufficialmente in azienda: coach AI, esercizi cognitivi, punteggi. Riconoscere il problema è un passo avanti. Farsi regolare la mente dalle macchine, no.

Andrea Prosperi
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La notizia, raccontata da Fortune, è di quelle che segnano un passaggio: ServiceNow, colosso del software aziendale, ha aperto per i suoi dipendenti delle «palestre per la mente». Un "professore personale" basato sull’AI guida esercizi cognitivi brevi su concentrazione, pensiero critico e agilità mentale; i commerciali si allenano al pitch con clienti-avatar che poi assegnano un punteggio su contatto visivo, parole riempitive, concisione. Il 75% ci torna volontariamente. La Chief Learning Officer Jayney Howson la mette bene: smettere di colpevolizzare le persone e creare le condizioni perché il potenziale umano fiorisca.

Due cose positive. La prima è che la crisi dell’attenzione sia entrata nei conti di una big tech: finalmente matura la consapevolezza che migliorare la capacità di attenzione ha un impatto diretto sul business. La seconda, forse scontata, è che l’attenzione si può allenare, e portare questo allenamento al lavoro è sacrosanto.

Il punto che non torna, però, è un altro: l’allenatore. Se la mia attenzione la misura una macchina — dove guardo, quanto divago, quanto sono conciso — e la stessa piattaforma decide quando, come e su cosa allenarla, io non sto riprendendo il controllo delle mie dinamiche psichiche: le sto consegnando a un nuovo regolatore esterno. Che è esattamente il problema da cui volevamo uscire. La crisi dell’attenzione nasce esattamente da sistemi che modulano dall’esterno i nostri stati mentali per ottimizzare il fatturato delle piattaforme tecnologiche (qualcuno non ha ancora visto The Social Dilemma su Netflix?). Bene, nel caso sopra descritto cambia la metrica (produttività invece di engagement) ma il meccanismo resta identico. L’attenzione smette di essere una capacità e diventa un KPI. E un’attenzione allenata dentro la piattaforma tenderà, com’è ovvio, a servire gli scopi della piattaforma. E non a migliorare il nostro benessere, che dovrebbe essere il prerequisito di una alta performance lavorativa.

Il punto centrale ruota intorno al concetto di autoregolazione. Un allenamento dell’attenzione degno di questo nome riesce quando lo strumento diventa superfluo: il feedback migra dall’esterno all’interno, impari ad accorgerti da solo che la mente se n’è andata — ed è quell’accorgersi, non il punteggio, il muscolo che stai allenando. Le pratiche contemplative fanno esattamente questo, da duemilacinquecento anni, con una tecnologia sofisticatissima: nessun sensore. Il sensore sei tu. Ne ho scritto in «Il debito cognitivo: cosa succede quando deleghiamo il pensiero ai chatbot» (19 luglio): mai delegare ciò che si sta ancora imparando. La regolazione della propria mente è l’apprendimento di una vita.

Quindi, per concludere, ben vengano le palestre per la mente in azienda. Ma le macchine più avanzate, lì dentro, restano quelle che si vedono di qua dallo schermo. Le persone.

Se ti incuriosisce capire come si allena l’attenzione senza sensori né punteggi — per te o per la tua azienda — dai un’occhiata a mPEAK, il percorso su mindfulness e performance che porto anche nelle organizzazioni.

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Andrea Prosperi

Andrea Prosperi

Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».