La «rivoluzione in difesa del pensiero» di Cal Newport. E un’alternativa meno radicale
Newport chiama alle armi contro la deriva cognitiva. La diagnosi è giusta, ma l’attenzione non si difende solo con i muri: si allena.
Cal Newport è professore di informatica alla Georgetown University e una delle voci più ascoltate sul rapporto tra tecnologia e lavoro intellettuale. Nel 2016 pubblicò Deep Work, il libro che ha reso popolare l’idea di «lavoro profondo». È la tesi che la capacità di concentrarsi a lungo su un compito impegnativo, senza distrazioni, stesse diventando rara proprio mentre diventava più preziosa — e che andasse protetta con regole e rituali precisi.
Dieci anni dopo Deep Work, Cal Newport non si chiede più come trovare tempo per concentrarsi. In un saggio uscito sul New York Times e ripreso sul suo blog, In Defense of Thinking, sostiene che il problema si è spostato più in profondità: non ci manca lo spazio per pensare, ci sta venendo meno la capacità stessa di farlo. La messaggistica istantanea, i social in formato TikTok e ora l’intelligenza artificiale — con le sue scorciatoie a portata di prompt — starebbero erodendo la facoltà che più ci definisce.
Un dato che Newport porta a sostegno merita attenzione, con una cautela. Una ricerca condotta da ActivTrak su 164.000 lavoratori, seguiti per sei mesi prima e dopo l’adozione di strumenti IA, ha rilevato che il tempo su email e chat è più che raddoppiato, l’uso di software gestionali è cresciuto del 94%, e l’unica attività in calo è stata il lavoro profondo e ininterrotto: meno 9%. La cautela è che ActivTrak vende software di monitoraggio della produttività, quindi il dato va preso come indizio, non come verdetto. Il dato sembra essere coerente con ciò che molti di noi osservano: l’IA ci ha resi più occupati, non più pensanti.
La risposta di Newport è una «rivoluzione in difesa del pensiero»: eliminare i social, tenere il telefono lontano dal corpo, bandire i dispositivi dalle riunioni, invocare leggi sul modello del divieto australiano dei social sotto i 16 anni. Ecco, io qui non sono del tutto d’accordo. Non perché queste misure sarebbero sbagliate, ma perché trattano l’attenzione come un territorio da proteggere con i muri. E i muri hanno un limite noto a chiunque abbia provato a lavorare in una stanza silenziosa con la mente altrove: la distrazione non è solo fuori di noi.
La tradizione contemplativa, e trent’anni di ricerca sulla mindfulness, da Jon Kabat-Zinn in poi, parte dall’osservazione opposta: l’attenzione è una facoltà allenabile. Il gesto che si coltiva in meditazione è esattamente quello che Newport teme stiamo perdendo: accorgersi che la mente è scivolata via, e riportarla qui, nel presente. Chi allena questa meta-consapevolezza non ha bisogno di dichiarare guerra agli strumenti, perché riconosce l’impulso a controllare il telefono nel momento in cui sorge — e lì può scegliere.
In pratica: tre respiri consapevoli prima di aprire la posta. Un minuto di assestamento prima di ogni blocco di lavoro profondo. E usare proprio l’impulso a distrarsi come campanello: ogni volta che arriva, notarlo è una ripetizione dell’esercizio. Newport ha ragione sulla posta in gioco. Ma io penso che coltivare un approccio libero e consapevole sarebbe più proficuo per tutti.
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Andrea Prosperi
Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».










