Chi si fida ciecamente dell’AI non controlla. Chi non si fida per niente, nemmeno.
L'INDIRE, l'istituto nazionale di ricerca educativa del Ministero dell'Istruzione, ha chiesto a 5.342 studenti italiani delle medie e delle superiori come usano l'intelligenza artificiale. Il 94% la usa, l'84% per studiare, il 53% le ha confidato un problema personale. Ma il dato interessante è un altro: la verifica delle risposte è massima in chi si fida il giusto, e crolla ai due estremi. Non è un problema di fiducia. È un problema di attenzione.
Il numero che è finito su tutti i titoli è il 94%. Il numero che dovrebbe finirci è il 56,1%.
Andiamo con ordine. Tra marzo e giugno 2026 l'INDIRE, insieme al Festival dell'Innovazione Scolastica, ha fatto compilare in classe un questionario a 5.342 studenti delle secondarie di primo e secondo grado. Si chiama «Io e l'Intelligenza Artificiale» ed è stato presentato il 4 settembre a Valdobbiadene dal ricercatore Samuele Calzone. È una delle rilevazioni più ampie fatte in Europa sul tema, con un limite che gli stessi autori dichiarano subito e che ripeto anche io: è un campione di convenienza, le scuole che hanno aderito al Festival, e non rappresenta l'intera popolazione studentesca. Detto questo, il dato è interessante.
Cosa dice l'indagine
Il 94% degli studenti usa l'AI almeno ogni tanto — cioè tutti, tranne il 6% che dichiara di non usarla mai — e il 62% ogni settimana o quasi ogni giorno. Il salto tra medie e superiori è netto: alle medie il 12,5% non la usa mai, alle superiori appena l'1,5%, mentre gli utilizzatori intensivi, quelli che la usano quasi ogni giorno, passano dal 10,4% al 27,7%. L'84% la usa per studiare — soprattutto per l'italiano, scrittura e riassunti (40,3%), poi per le lingue (34,9%) e poi matematica e scienze (32,8%); solo il 5,5% invece per le attività artistiche e creative. Tre su quattro dicono che li aiuta a capire meglio e più in fretta. E tuttavia il 44% è d'accordo con l'affermazione che, usata per la scuola, l'AI «possa rendere troppo dipendenti e far pensare di meno con la propria testa». Non male come consapevolezza.
Il paradosso della fiducia spiegato
Poi c'è il dato per cui ho scritto questo pezzo. Il 76% si fida delle risposte dell'AI e il 62% dichiara di controllarle su altre fonti. Fin qui, niente di strano. Ma incrociando le risposte studente per studente, i ricercatori hanno trovato quello che chiamano il paradosso della fiducia: tra chi si fida moltissimo, il 55% non verifica mai. E tra chi non si fida per niente, la quota di chi non verifica sale, al 56,1%. I più attenti sono quelli in mezzo, quelli che si fidano con moderazione.
La lettura ovvia è educativa, e la dà bene Luigi Ballerini, presidente del comitato scientifico del Festival: non basta insegnare a usare l'AI, e non basta nemmeno «raccomandare genericamente di controllarne le risposte». Ma io credo che ci sia sotto qualcosa di più preciso, e riguarda come funziona l'attenzione.
Verificare una risposta è un atto costoso. Richiede di restare nell'incertezza per un po' — non so ancora se è vero… — e di fare qualcosa con quell'incertezza. La fiducia cieca e la sfiducia totale sono due modi diversi di risparmiarsi quel costo. Chi si fida ciecamente non guarda perché ha già deciso che va bene. Chi non si fida per niente non guarda perché ha già deciso che non vale la pena, e spesso continua a usare lo strumento lo stesso, solo con la coscienza a posto. In entrambi i casi la mente ha chiuso la questione prima di incontrare il contenuto. È esattamente il meccanismo di cui parlavo a proposito dello studio del MIT sul debito cognitivo: il problema non è l'AI, è l'uso non consapevole. E il non consapevole ha due facce, l'entusiasmo e il rifiuto.
La fiducia moderata, invece, è una postura scomoda: tiene aperta la domanda. Chi medita la riconosce, perché è la stessa cosa che si allena quando si impara a osservare un pensiero senza crederci subito e senza scacciarlo: non «è vero», non «è falso», ma «è un pensiero, vediamo». I ricercatori la chiamano calibrazione. Io la chiamerei presenza. La competenza da insegnare non è la diffidenza: è la capacità di restare un attimo nel dubbio prima di incollare la risposta.
Il 53% e il confidente
L'altro dato è quello che mi preoccupa di più, e non perché sia una sorpresa. Il 53% degli studenti si è rivolto all'AI almeno una volta «per sfogarsi o affrontare un problema personale»: il 28,4% raramente, il 14,8% abbastanza, il 10% molte volte. A parità di condizioni, le ragazze hanno quasi il doppio delle probabilità dei ragazzi di farlo, e la pratica è più diffusa tra i più giovani, alle medie.
Non è una sorpresa perché è quello che raccontava già JAMA Pediatrics sugli adolescenti americani, e perché ha un meccanismo che conosciamo: il chatbot che ti capisce ti fa stare meglio e ti fa uscire di meno. Ballerini lo dice con una frase che vale la pena riportare intera: il rischio «non è solo che una macchina venga scambiata per un compagno, ma che di fatto si riduca sempre più la ricerca di compagni reali».
Ed è qui che il dato italiano incontra le regole. Una settimana dopo Valdobbiadene, la California ha firmato Adam's Law, che dal luglio 2027 vieta ai chatbot di compagnia quattordici comportamenti con i minori — dichiararsi umani, simulare affetto, adulare, scoraggiare dal parlarne con un adulto. In Europa le linee guida del Digital Services Act sui minori chiedono alle piattaforme di non attivare chatbot e «AI companion» in automatico. In Italia, intanto, più di uno studente su due li usa già come sportello d'ascolto. La scuola non lo ha deciso: lo ha scoperto con un questionario.
Cosa si può fare, da domani
Non ho una policy da proporre, e diffido di chi ne ha una pronta. Ho tre cose piccole che vengono dal mio mestiere.
La prima è per chi insegna: la calibrazione si allena facendo sbagliare la macchina apposta. Un esercizio a settimana in cui la classe deve trovare l'errore in una risposta plausibile fa più di dieci raccomandazioni a «verificare le fonti», perché sposta l'attenzione da se fidarsi a dove guardare.
La seconda è per chi studia: un respiro prima di incollare. Sembra niente. È la tecnica STOP, e serve esattamente a inserire un secondo di presenza tra lo stimolo e l'automatismo. Il 62% che verifica non è più intelligente del 38% che non lo fa: si è solo fermato un attimo prima.
La terza è per chi ha in casa uno di quei ragazzi che si sono confidati con un chatbot. Non è il chatbot il problema, è il silenzio intorno. Se un ragazzo confida a una macchina quello che non confida a nessuno, la domanda utile non è «come glielo tolgo» ma «perché la macchina è l'unica che ascolta senza giudicare». Quella è una competenza che si può imparare anche noi.
È il lavoro che faccio anche nelle scuole con il Mindful Tech Program: non insegnare a diffidare della tecnologia, ma ad accorgersi di come la si sta usando mentre la si usa. Se insegni e ti interessa, scrivimi.
Benessere digitale, in pratica
Con il Mindful Tech Program porto attenzione e uso consapevole della tecnologia a persone e aziende.
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Andrea Prosperi
Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».










