«L’attrito è il luogo in cui matura l’intuizione umana»: Ugo Esposito su AI, etica e lavoro
Ugo Esposito (Kapusons, Università di Camerino): l'AI come sparring partner, il neo-fordismo dello smart working e perché contano le competenze umanistiche.
Tecnologia & CoscienzaEsattamente venti anni fa mi laureavo in Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma, seguito da un brillante ricercatore che ai tempi aveva poco più della mia età.
Dopo la mia laurea le nostre strade si sono divise. Io sono andato a Milano a lavorare in Google, e invece lui è rimasto a Roma dove ha fatto crescere Kapusons, lo studio che fondò nel lontano 2003 con altri tre soci. Poi però ci siamo incrociati di nuovo, perché sono tornato da lui quando avevo bisogno di un lettore fidato che mi aiutasse a valutare la bozza del mio primo libro (Mindful Tech. Iperconnessione, AI e Benessere).
Quello che leggerete di seguito sembra un'intervista, ma in realtà è una semplice trasposizione di uno dei nostri confronti sulle tante relazioni tra tecnologia, etica e comunicazione.
Grazie Ugo… e buona lettura!
Kapusons ha superato vent'anni di storia. Siete nati nel 2003 e oggi siete una realtà che cresce, con tanti clienti istituzionali. Qual era il vuoto che volevate colmare quando avete fondato l'agenzia?
Ugo: Ventitré anni fa, eravamo giovanissimi. Metà di noi, io e Lorenzo Pierfelice, ci occupavamo di comunicazione pura. L'altra metà, Giuseppe De Rosa e Daniele Di Bella, sviluppava codice, da sempre. Avevamo intuito una cosa che oggi sembra banale, ma all'epoca sembrava impossibile: far dialogare comunicazione e tecnologia. Sentivamo forte questa esigenza visionaria di far parlare due mondi che allora si ignoravano. Il vuoto era proprio quello. Riempirlo è stata la nostra soluzione, che poi è stato il nostro principale vantaggio competitivo.
Oggi vi muovete tra Data Intelligence, Sviluppo e Comunicazione. Qual è la visione che unisce questi tre mondi dentro Kapusons?
Ugo: Sembra quasi scontato ma il vero collante è rimasto quello degli inizi: tradurre il linguaggio della macchina in quello delle relazioni umane. L'AI oggi ha un impatto paragonabile alle prime tecnologie digitali, ma paradossalmente per alcuni versi ci sta riportando indietro. Quando oggi ci troviamo davanti a interfacce testuali, i prompt, io ci vedo un ritorno a 35 anni fa, a quando giocavamo con le vecchie BBS con le schermate nere e le scritte verdi.
(Cosa sono le BBS? Un sistema informatico accessibile tramite rete o linea telefonica, molto popolare negli anni '90, che consentiva agli utenti di connettersi a un server centrale per scambiarsi messaggi e accedere a forum di discussione. Le BBS hanno rappresentato la prima vera forma di comunità virtuale e di social network.)
Ugo: Oggi diamo linee di comando alle macchine, ma non stiamo «conversando» davvero. L'interfaccia diventerà tale solo quando non ci sarà più uno schermo di mezzo.
Una cosa che mi ha colpito molto di voi è questa. Nel 2021 avete firmato un accordo di secondo livello con i vostri dipendenti, un patto tra voi fondatori e la RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria) basato su welfare, diritti e benessere della persona. Parliamo di soli 5 anni fa, ma nel frattempo il mondo intorno si è trasformato. Come rendete quel patto attuale oggi?
Ugo: Ho sempre pensato che l'azienda abbia prima di tutto una funzione sociale, e solo in un secondo momento economica. Nel 2021 abbiamo voluto ufficializzare in un documento formale le pratiche di flessibilità e welfare che già applicavamo da anni. Ma è stato un percorso surreale: non essendoci un sindacato specifico per i lavoratori del digitale, i nostri ragazzi, per formare la RSU e firmare l'accordo, hanno dovuto paradossalmente iscriversi alla categoria dei metalmeccanici. Superata questa assurdità burocratica tutta italiana, abbiamo potuto redistribuire il valore. Quest'anno, per dirti, abbiamo erogato circa 5.000 euro di premio ai dipendenti, oltre a borse di studio per i figli, dottorato industriale e assistenza fiscale. Oggi, rispetto alle rivoluzioni in atto, userei questa mentalità per limitare l'alienazione dello smart working estremo, quello vissuto chiusi in casa cinque giorni su cinque, che trasforma il lavoratore in un mero esecutore isolato e distrugge la creazione di senso collettivo. Penso che sia una forma di neo-fordismo, ma in pochi, soprattutto i più giovani, sembrano accorgersene.
Siamo transitati dall'AI generativa, quella che crea contenuti, all'AI agentica, quella che esegue processi in autonomia. Semplificando un po', si dice che quando un team delega task a un agente software, si libera spazio mentale per il deep work. Ma a volte, al contrario, questo genera una nuova «ansia digitale» dovuta al dover costantemente supervisionare le macchine. Tu cosa ne pensi?
Ugo: Chi assume visioni troppo deterministiche, dipingendo l'AI come panacea o come fine del mondo, sbaglia. Noi viviamo tutto in salsa italiana, dove cerchiamo continuamente l'accomodamento, la scorciatoia, il «non detto». Le intelligenze artificiali, addestrate in ambito anglosassone, non hanno questo bagaglio, e l'impatto è fortissimo. Pensa che negli ultimi mesi ho addestrato la mia AI per supportarmi nella valutazione delle gare pubbliche e, per la prima volta in 23 anni, ho fatto un ricorso al TAR. Non l'avevo mai fatto prima, me lo ha suggerito la macchina! Analizzando freddamente i punteggi è letteralmente «impazzita», perché vedeva che la nostra proposta valeva oggettivamente di più. Non riusciva ad accettare che potessero essere intervenuti elementi terzi che in molti casi possono rendere una gara poco trasparente. E il bello è che mi ha fornito evidenze oggettive per cercare di far valere le nostre ragioni. E lo faceva perché riteneva che era stata perpetrata un'ingiustizia o quantomeno non erano stati applicati controlli e griglia di valutazione. L'AI mette a nudo l'oggettività.
Ugo: Tuttavia, c'è il lato dell'ansia che citi: se deleghiamo tutto diventiamo pigri, e l'attesa del prompt ci paralizza. C'è un parallelismo meraviglioso con un romanzo di Nathan Hill, Wellness (splendido): tutto questo mondo di libertà, del riguadagnare il tempo libero delegando le mansioni, è in verità il frutto della coercizione e dell'addestramento estremo di miliardi e miliardi di dati. Ci illudiamo di liberare spazio, ma se eliminiamo il lavoro ripetitivo — che storicamente serviva a far riposare il cervello — rischiamo solo di costringerci a performare «a duemila» su task complessi senza tregua.
Se le macchine che coprono tante tipologie di compito cambiano le skills richieste ai professionisti, cosa cercate oggi in chi assumete?
Ugo: I bravissimi programmatori, i puristi del codice, li abbiamo già in casa. E avranno un ruolo chiave perché, se la tecnicalità pura è sempre più affidata agli agenti AI, come esseri umani ci dobbiamo assicurare che la macchina effettivamente lavori in maniera efficiente e sfruttando al massimo il suo potenziale di innovazione.
Ugo: Detto questo, io penso che le skill determinanti di cui abbiamo bisogno appartengono sempre meno all'informatica e sempre di più alla sociologia, alla filosofia e alle neuroscienze. Cerchiamo persone dal pensiero largo, laterale, che sappiano connettere i punti. Mentre in passato l'informatica trainava la comunicazione, oggi è questa profonda sensibilità umanistica a dover dare una direzione etica e logica alla tecnologia. Io ho passato 20 anni a ingaggiare una lotta sistematica agli elenchi puntati degli informatici e ora parlano tutti per «bullet points». Sono abituato a perdere le mie battaglie ma credo che cedere alla possibilità che nello scambio informativo possa esserci una dialettica più elaborata e complessa significa cedere un pezzo della nostra umanità.
Quindi, qual è oggi la competenza «umana» extra-tecnica che ritieni più preziosa in chi lavora con te? E come la individui in un colloquio di selezione?
Ugo: Non ho dubbi su questo. È la capacità relazionale e l'apertura alla contaminazione del pensiero. La vera scintilla creativa raramente nasce in isolamento (vedi «home working»). Il pensiero cresce se si contamina. Nei colloqui cerco chi sa mettersi attorno a un tavolo, chi ama fare sessioni di co-design e sa cedere il passo a un'idea corale. Se tu pensi un progetto da solo, può venire bene. Ma se lo fai in team, e alla fine perdi le tracce di chi abbia avuto l'intuizione originale, è proprio lì che hai creato un grandissimo valore relazionale… e per il cliente.
Ecco, hai pronunciato la parolina magica. Come trasferisci ai clienti il valore economico del tempo necessario alla parte di «creazione» che ancora rimane umana?
Ugo: Ricordando loro e a noi stessi che non dobbiamo mai perdere «il gusto della matita sul foglio». Tempo fa, proprio tu mi raccontavi di come usi i modelli come Claude come sparring partner: all'inizio la macchina ti propone qualcosa che non ti piace, tu la rifiuti, ma poi sedimentando il pensiero capisci che l'AI aveva ragione. Ecco, questo è un lavoro di coppia che sfrutta la frizione! L'attrito è il luogo in cui matura l'intuizione umana. Abbiamo già tanti esempi in cui l'autocorrezione spinta delle AI aziendali toglie questa frizione ai knowledge worker. Dobbiamo spiegare ai clienti che l'AI riassume, analizza dati in tempi record e toglie il lavoro logorante, ma la visione, l'interpretazione dei contesti opachi e il guizzo geniale richiedono il tempo di sedimentazione proprio della mente umana.
Per concludere: qual è la tua ricetta per fare in modo che Kapusons resti un luogo dove la tecnologia agisce come un autentico strumento di espansione umana?
Ugo: La mia ricetta è smettere di immaginare l'azienda come un luogo in cui stiamo tutti «a duemila» costantemente. Se l'AI ci fa guadagnare del tempo, non dobbiamo riempirlo con altro lavoro alienante. L'azienda è una comunità. Quel tempo che risparmiamo grazie alle automazioni va rigorosamente investito per fermarsi, relazionarsi, scambiare idee e curare il rapporto con gli altri in ufficio e fuori. Solo in questo modo la tecnologia agisce come espansione umana e non come appiattimento.
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Andrea Prosperi
Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».



