Meditare abbassa la paura di perdere. Ed è una buona notizia
Due esperimenti pubblicati su Scientific Reports dicono che dopo cinque minuti di meditazione le persone rischiano di più. Guardando dentro i numeri, però, non è la capacità di valutare che si abbassa: è il peso della paura.
Due esperimenti pubblicati su Scientific Reports dicono che dopo cinque minuti di meditazione le persone rischiano di più. Guardando dentro i numeri, però, non è la capacità di valutare che si abbassa: è il peso della paura.
Cinque minuti di respiro consapevole cambiano il modo in cui decidiamo. Non perché offuschino il giudizio, ma perché ne staccano una mano dal volante: quella della paura di perdere.
È la scoperta di due esperimenti pubblicati su Scientific Reports, e vale la pena capire da subito cosa dicono, perché il titolo dello studio — «una breve meditazione mindfulness aumenta l'assunzione di rischio» — suona come un avvertimento mentre i dati raccontano tutta un'altra storia.
Cosa accade dopo una singola sessione breve di meditazione?
Si riduce la paura di perdere. Non in senso generico: parliamo del bias descritto da Daniel Kahneman, premio Nobel per l'economia — l'errore sistematico per cui pesiamo molto di più quello che potremmo perdere rispetto a quello che potremmo guadagnare. Dopo cinque minuti di meditazione quel peso si abbassa in modo misurabile.
Non si riduce nient'altro. È questo il punto decisivo. Le aspettative iniziali restano identiche, la velocità con cui si impara dall'esperienza resta identica, e nel primo esperimento resta praticamente identica anche la propensione al rischio in sé.
In pratica, quello che succede è che le scelte si avvicinano a quelle che convengono davvero perché nei compiti usati, chi aveva meditato non è finito oltre la soglia della prudenza: ci si è avvicinato di più partendo da molto sotto. In altre parole, la cosiddetta imprudenza era un recupero di razionalità.
E l'effetto scala col punteggio alla cosiddetta Mindful Attention Awareness Scale, ovvero la misura di quanto sei consapevolmente presente all'esperienza in quel momento. Più alto era il livello di questo indicatore misurato dopo la pratica, più le decisioni si spostavano nella direzione conveniente. Ma questo avveniva solo in chi aveva meditato, non negli altri gruppi.
Perché questo è importante per chi lavora con la testa
Il lavoro intellettuale e creativo è fatto quasi interamente di decisioni prese sotto incertezza, in cui la perdita potenziale è visibile e il guadagno è vago. Proporre l'idea che non somiglia alle altre, buttare tre giorni di lavoro perché la strada era sbagliata, mostrare una bozza a qualcuno, prendere la direzione meno battuta in un progetto, dire in riunione la cosa che pensiamo davvero invece di quella che passerà liscia… In tutti questi casi la paura di perdere non ci rende prudenti. Ci rende conservativi perché sceglie per noi l'opzione già vista, che è quasi sempre l'opzione peggiore in un lavoro il cui valore sta esattamente nel trovare soluzioni che non si sono già viste.
Perché l'autogiudizio blocca il flow?
Poi c'è il flow, e qui la questione diventa ancora più concreta. Chi pratica lo sa e chi lavora sulla creatività lo sa ancora meglio: il giudizio è uno dei principali ostacoli allo stato di flow.
Il flow è quello stato in cui si è completamente assorbiti in ciò che si sta facendo: il tempo sembra cambiare passo, lo sforzo si sente meno e la prestazione sale senza che serva sorvegliarla. Chi lo ha descritto per primo, Mihály Csíkszentmihályi, lo colloca in un punto preciso: dove la difficoltà del compito incontra esattamente le nostre capacità.
Ecco, l'autogiudizio è il nemico numero uno del flow. Il monitoraggio ansioso di come sta andando, la valutazione anticipata del fallimento, la parte di noi che mentre fa una cosa sta già calcolando quanto costerà se va male: tutti elementi che il flow chiede di abbassare, e su cui intervengono i protocolli di mindfulness dedicati a creatività e problem solving. Ne ho scritto anche a proposito delle pause e del mind wandering.
Ma cosa dice lo studio?
Il disegno è molto interessante. I partecipanti venivano divisi in tre gruppi, tutti impegnati per cinque minuti ma ognuno in un'attività diversa. Dopo questa attività è stata testata la loro capacità decisionale.
Le tre attività erano queste.
Gruppo 1 — la meditazione. Cinque minuti di audio guidato: portare l'attenzione sulla sensazione del respiro e, quando arriva una distrazione, riconoscerla come un'esperienza passeggera e tornare al respiro senza starci dietro.
Gruppo 2 — audio identico a quello del gruppo uno ma con l'istruzione opposta. Stessa voce, stessa durata, stesso stile, stessa posizione con gli occhi chiusi. Cambia solo l'istruzione: invece di lasciar passare i pensieri, immergersi completamente in ognuno di questi — ogni idea, emozione, ricordo — seguendoli fino in fondo. Dall'esterno è identica alla meditazione; dentro fa il contrario. Serve a isolare l'unico ingrediente che conta davvero: non «stare seduti in silenzio ad ascoltare una voce calma», ma cosa fai con quello che ti attraversa la mente.
Gruppo 3 — il tangram. Il tangram è quel vecchio rompicapo cinese in cui sette pezzi geometrici — triangoli, un quadrato, un parallelogramma — vanno incastrati per comporre una figura assegnata. Niente audio, niente introspezione: solo cinque minuti di mente occupata a risolvere un problema. Serve a escludere una spiegazione banale, cioè che l'effetto venga dal semplice fatto di aver dedicato cinque minuti a qualcosa prima di prendere le decisioni.
Qual era l'attività decisionale?
Due compiti diversi, uno per esperimento, entrambi costruiti per far emergere quanto sei disposto a rischiare quando la posta cresce.
Nel primo, 300 partecipanti nel Regno Unito dovevano gonfiare dei palloncini sullo schermo: ogni pompata valeva cinque centesimi, ma a un certo punto — imprevedibile — il palloncino scoppiava e si perdeva tutto il guadagno accumulato. Il punto di scoppio medio era a 64 pompate. Il gruppo 2 si fermava intorno a 26, il gruppo 3 a 23, il gruppo 1 arrivava a 31.
Nel secondo, 300 partecipanti a Singapore raccoglievano caselle da una griglia di cento, in cui una nascondeva una bomba: ogni casella valeva dieci centesimi, la bomba azzerava tutto. Qui la matematica dà un numero preciso, perché il guadagno atteso è massimo a cinquanta caselle. Il gruppo 2 si fermava a 31, il gruppo 3 a 33, il gruppo 1 arrivava a 38. Nessuno era spericolato: tutti lasciavano soldi sul tavolo. Ma chi aveva meditato ne lasciava meno.
Ed è qui che il risultato diventa davvero interessante. Il gruppo 2 e il gruppo 3 — attività diversissime tra loro — hanno rischiato allo stesso modo: la differenza tra i due non era statisticamente rilevabile, in nessuno dei due esperimenti. L'unico a spostarsi invece è stato il gruppo 1.
Il che chiude le spiegazioni facili. Se l'effetto fosse legato al rilassamento, il gruppo 2 si sarebbe spostato come il gruppo 1, ma non è successo. Se fosse la pausa in sé, si sarebbe spostato il gruppo 3. E neanche questo è successo.
A confermarlo c'è anche un ultimo controllo: subito dopo l'attività è stata misurata la Mindful Attention Awareness dei partecipanti, e il gruppo 1 segnava punteggi più alti degli altri due.
Perché il cervello, dopo la meditazione, decide diversamente?
Il corpo ha un suo sistema d'allarme. Quando qualcosa può andare male arrivano segnali fisici a un'area del cervello, l'insula, che li registra e li traduce in un messaggio chiaro: attento, qui stai rischiando.
Normalmente quel messaggio è collegato in modo molto diretto alle aree che decidono, in particolare a quelle della corteccia prefrontale. Così l'allarme non si limita a informare la scelta: la fa. Arriva prima, e quando il ragionamento entra in scena trova la decisione già presa, e si limita a cercarle delle buone ragioni. Sembra prudenza, ha tutta la forma della prudenza, ma non lo è, perché la scelta è nata altrove. Nei circuiti che servono a sopravvivere in fretta, e non in quelli che servono a decidere bene.
Quello che la meditazione sembra fare è allentare quel collegamento. E il meccanismo che i ricercatori propongono è in linea con vent'anni di studi sulla pratica: il segnale d'allarme continua ad arrivare, ma impatta meno sulla decisione che viene presa.
Detto in modo semplice: la paura resta un'informazione disponibile ma smette di essere un "ordine". È lo stesso motivo per cui la mindfulness viene associata a una minore reattività emotiva senza che questo significhi diventare indifferenti: si sente tutto ma non si reagisce in maniera automatica.
Se ti interessa approfondire la relazione tra pratica, sospensione del giudizio e pensiero creativo, puoi partire dal percorso Creativity Mindfulness. È un programma ufficiale FederMindfulness. Ed è pensato espressamente per allenare la nostra capacità di essere più sensibili alle nuove idee, valutarle più efficacemente, per poi usarle in maniera costruttiva.
Se la paura di sbagliare tiene ferma una tua decisione, è esattamente il tipo di nodo su cui si lavora in un percorso di coaching individuale.
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Andrea Prosperi
Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».










