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Meditazione aggiornato il

L’arte di fare una cosa sola: la meditazione ad attenzione focalizzata

La mente che salta da una cosa all’altra non è rotta: sta solo seguendo la sua natura. La pratica dell’attenzione focalizzata esiste da venticinque secoli esattamente per questo — e no, non serve svuotarla.

Andrea Prosperi
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La meditazione migliora la concentrazione? Sì. Si tratta di un dato confermato da decine di ricerche scientifiche. Ma il modo in cui la migliora non è quello che di solito si immagina: non ci alleniamo a non distrarci mai, ma ad accorgerci della distrazione per non perdere il filo di quello che stiamo facendo.

Tra tutte le pratiche di questa serie, l’attenzione focalizzata è la più semplice da spiegare, e di solito è la più fraintesa da praticare. La ricetta sta in una riga: scegli un oggetto — il respiro, una sensazione del corpo, un suono — e ogni volta che l’attenzione se ne va, la riporti lì. Tutto qui. La meditazione sul respiro che abbiamo visto qualche settimana fa è l’esempio per eccellenza di questa famiglia; anche il body scan ne è un parente stretto.

Che cos’è l’attenzione focalizzata

Questa guida fa parte della serie «Le basi, spiegate bene». Se vuoi il quadro d'insieme, parti da cos'è la mindfulness.

Nella tradizione buddhista questo filone si chiama samatha, la calma stabile: si tratta di pratiche in cui la mente si posa su un punto solo e impara a restarci. È la prima delle due grandi famiglie in cui la ricerca divide la meditazione — dell’altra, l’attenzione aperta a tutto ciò che emerge, parlo qui — ed è il fondamento di qualsiasi percorso serio: si parte da qui, perché senza un minimo di stabilità attentiva nessun’altra pratica ha senso.

Come si fa

  1. Scegli UN oggetto e tienilo per tutta la sessione. Il respiro va benissimo. Cambiarlo a metà è la scappatoia più elegante che la mente conosca. Può anche andare bene cambiare. Ma non può essere una regola, perché altrimenti non sarebbe una pratica di attenzione focalizzata (!).
  2. Impara il gesto mentale: notare, lasciare, tornare. Ti accorgi che stai pensando ad altro → lasci andare il pensiero senza commentarlo → torni all’oggetto. Questo gesto È l’esercizio.
  3. Trova l’intensità giusta. La presa sull’oggetto dev’essere salda ma leggera, come la corda di uno strumento: troppo tesa si spezza, troppo lenta non suona.
  4. Progredisci per stabilità, non per durata. Meglio dieci minuti in cui torni cento volte che mezz’ora di nebbia.
  5. Ultimo accorgimento, molto importante. Utile in caso di persone iperattive o con ADHD (come me). Io lo trovo utilissimo. Il respiro può essere la nostra guida attentiva. In altre parole usiamo il respiro (inspirazione, espirazione) per portare la nostra attenzione dove vogliamo che stia.

Cosa succede nel cervello

Il gruppo di Antoine Lutz e Richard Davidson ha descritto su Trends in Cognitive Sciences (Lutz et al., 2008) il ciclo che questa pratica allena, e la cosa interessante è che è un ciclo a quattro tempi, non uno stato: la mente vaga → un sistema di monitoraggio rileva la distrazione → le reti attentive riorientano il fuoco → l’attenzione si mantiene sull’oggetto, finché il ciclo ricomincia. Ogni distrazione, in altre parole, non è un’interruzione dell’esercizio: è una ripetizione dell’esercizio — come i chilometri fatti sono l’allenamento del maratoneta. Ecco perché la domanda giusta non è “come faccio a non distrarmi?” ma “quanto in fretta me ne accorgo?”.

La meditazione migliora davvero la concentrazione?

La stabilità attentiva è il beneficio specifico di questa famiglia di pratiche — non della meditazione in generale. È il motivo per cui in questa serie il tema lo trovi qui e non nel pezzo sul respiro: pratiche diverse allenano funzioni diverse, e chi promette tutto insieme di solito non sta insegnando niente. Oltre al suggerimento di prima, se la tua mente è particolarmente iperattiva — o sei ADHD — la fatica iniziale sarà maggiore e il discorso merita una riflessione a parte: ne ho parlato qui.

Gli errori comuni

L’errore più diffuso è confondere concentrazione con contrazione: mascella serrata, fronte aggrottata, sforzo muscolare. La concentrazione della pratica è un posarsi, non uno stringere. Il secondo è trattare ogni distrazione come un fallimento — se l’hai già letto nel pezzo sui cinque ostacoli, sai che questa errata concezione della distrazione spesso è l’anticamera dell’abbandono. Rimani fiducioso. E congratulati ogni volta che ti accorgi di esserti distratto! Il terzo è aspettarsi la mente vuota: di solito non arriva, ma comunque, e soprattutto, non è l’obiettivo!

Come per tutte le pratiche di questa serie, la cosa più difficile non è capirla: è sedersi e farla. Dieci minuti bastano, oggi. E se ti va di farti accompagnare, i miei percorsi di mindfulness partono esattamente da qui. La prossima occasione per praticarla insieme è il ritiro del 13-15 novembre, a un'ora da Milano.

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Andrea Prosperi

Andrea Prosperi

Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».