Escitalopram e meditazione mindfulness: cosa ho scoperto quando ho smesso di prenderlo
Per un anno ho preso escitalopram mentre meditavo due ore al giorno. Quando ho sospeso il farmaco, meditare era tornato difficile: cosa ho scoperto.
Questa è una storia personale. La racconto perché credo possa essere utile a qualcuno, non è detto che sia generalizzabile: non sono un medico, e ogni decisione su farmaci e dosaggi che leggerete qui è stata presa insieme al mio psichiatra. Se state assumendo un antidepressivo, continuate a seguire le indicazioni del vostro medico curante.
Detto questo, comincio la mia storia.
La psicoterapia non bastava più
Alcuni anni fa stavo attraversando un periodo molto duro. Non lo chiamavo depressione — quello è il nome che ho potuto dare dopo — ma era una sofferenza continua, una fatica che durava da troppo tempo e che era diventata insopportabile. Facevo psicoterapia già da anni, ma a un certo punto ho capito che, da sola, non era sufficiente a farmi stare bene.
Così ho fatto una cosa che non avevo mai fatto. Ho chiesto alla mia psicoterapeuta il contatto di uno psichiatra, perché volevo qualcosa che mi aiutasse ad alleviare quel forte dolore. Lo dico perché nella mia esperienza questo passaggio — riconoscere che serve un altro tipo di aiuto e chiederlo esplicitamente — è già metà del lavoro, ed è il punto in cui molte persone, purtroppo, si fermano per anni.
Lo psichiatra ha confermato il quadro di forte disagio psichico e mi ha prescritto una terapia a base di escitalopram.
Cos'è l'escitalopram (e cosa fa davvero)
L'escitalopram è un antidepressivo della famiglia degli SSRI, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina. In sostanza: si lega al trasportatore della serotonina e ne blocca il riassorbimento da parte del neurone che l'ha rilasciata, così il neurotrasmettitore resta più a lungo disponibile nello spazio tra un neurone e l'altro. È il più selettivo degli SSRI — agisce sulla serotonina lasciando quasi intatti gli altri sistemi.
Un dettaglio che all'epoca mi ha colpito: l'effetto farmacologico è immediato, ma quello terapeutico no. Servono in genere due-quattro settimane perché si veda qualcosa, perché ciò che conta non è l'aumento immediato di serotonina ma la cascata di adattamenti che il cervello mette in atto in risposta, a partire dalla desensibilizzazione degli autorecettori che regolano il rilascio. Non stai "aggiungendo felicità": stai chiedendo a un sistema di riorganizzarsi, e la riorganizzazione ha i suoi tempi.
Dopo una intensa euforia dei primissimi giorni, seguita ad alcuni alti e bassi, nel mio caso l'umore ha cominciato a muoversi stabilmente dopo circa un mese. Non era ancora buono — era decisamente subottimale — ma qualcosa si era mosso. Con dosaggi crescenti sono arrivato a 15 milligrammi, e a quel punto avevo quella che nel mio ricordo resta la parola giusta: una base. L'umore non era assolutamente ottimale, ma era quasi accettabile. Un pavimento sotto i piedi.
Le due ore al giorno
Nello stesso periodo, in parte per il farmaco, in parte per ragioni personali che non c'entravano — è successa la seconda cosa importante: la meditazione ha smesso di essere un'intenzione ed è diventata una pratica.
Meditavo già da qualche anno, ma come meditano tante persone: a periodi, in modo irregolare, senza che diventasse mai davvero un'abitudine. In quei mesi invece si è consolidata. È diventata stabile, continuativa, e soprattutto diversificata: ho iniziato a esplorare pratiche diverse invece di ripetere sempre la stessa. Sono arrivato a meditare fino a circa due ore al giorno sommando le diverse sedute quotidiane: un'ora e mezz'ora, oppure un'ora, quarantacinque minuti e mezz'ora.
Dopo qualche settimana ho iniziato a raggiungere stati di rilassamento e concentrazione molto intensi. Intensi al punto che è lì, in quel periodo, che ho deciso di diventare istruttore di mindfulness: perché vedevo su di me, mese dopo mese, un miglioramento netto del tono dell'umore e della capacità di concentrazione, e cresceva man mano che la pratica diventava più varia e più presente nelle mie giornate.
Se dovessi dare un peso alle due cose, direi cinquanta e cinquanta. Forse propenderei per un valore più alto alla meditazione — ma non voglio sottovalutare il farmaco, perché l'effetto c'è stato: ha dato le fondamenta su cui costruire una nuova casa. Il punto è che da solo il farmaco non sarebbe bastato. E, per onestà, nemmeno la meditazione da sola sarebbe bastata in quel momento: non riuscivo a praticare con continuità proprio perché stavo male.
Nel giro di un anno l'umore è poi arrivato a livelli ottimali. Livelli che, a essere sincero, non ricordo di aver mai avuto prima in vita mia. A quel punto, di comune accordo con lo psichiatra abbiamo deciso di diminuire progressivamente la dose giornaliera del farmaco. Visto che l'umore rimaneva sostanzialmente buono e stabile, nel giro di alcuni mesi lo abbiamo sospeso del tutto.
La sorpresa: senza farmaco, meditare è tornato difficile
Oggi è circa un anno che non prendo più nulla, e l'umore è ok: buono, con i suoi alti e bassi fisiologici, ma mediamente solido. La storia potrebbe finire qui, e sarebbe una bella storia.
Solo che c'è la parte che non avevo messo in conto.
Man mano che riducevo, e poi dopo aver sospeso, la meditazione è diventata più difficile. Più faticosa. La difficoltà era soprattutto nel rilassamento e nella focalizzazione: pensieri che correvano, uno stato di attivazione che restava alto e non scendeva. Mi sedevo e non riuscivo. Avevo la sensazione di perdere tempo, e mi chiedevo: ma come mai? Prima ero arrivato a meditare fino a un'ora e un quarto senza problemi, e adesso non ci riesco più. Perché?
Il modo migliore che ho trovato per descrivere quello che era successo è questo: l'escitalopram mi metteva dei limiti. Mi teneva in dei limiti. E toglierlo li ha liberati. Anzi, ha liberato me, in alto e in basso. Sotto, c'era un basso che però tornava su. Un basso fisiologico che non restava a terra come prima del trattamento. Ma poi c'era anche il limite in alto, che non è da intendersi in senso di umore euforico, quanto piuttosto nel senso di attivazione fisiologica. Questa cosa non l'avevo proprio prevista: senza il farmaco ho scoperto di avere un livello di attivazione molto alto e potente, che evidentemente era sempre stato lì e che per un anno era stato tenuto sotto una specie di soglia. Un livello di attivazione che probabilmente, non essendo mai stato integrato per davvero nella mia vita, aveva fatto un bel po' di danni… (forse aveva ragione Freud con le sue teorie idrauliche?)
Da qui è nato il sospetto che ha dato origine a tutto questo articolo: e se la mia capacità di meditare così tanto e così bene fosse stata, almeno in parte, un effetto del farmaco? Se ciò che chiamavo "progresso nella pratica" fosse stato invece un arousal tenuto artificialmente basso dal farmaco, una cosa cioè che rendeva più facile rilassarsi e concentrarsi?
Cosa dice la ricerca (e cosa non dice)
L'ipotesi è semplice: l'escitalopram abbassava la mia attivazione, e un'attivazione più bassa rendeva la meditazione più facile. Tolto il farmaco, tolto l'abbassamento.
Vediamo se la mia ipotesi trova qualche conferma in letteratura.
Il primo punto è il più diretto, e riguarda l'amigdala — la struttura al centro della rete che regola allerta, vigilanza e risposta alla minaccia. Gli studi di neuroimmagine sono piuttosto concordi: gli SSRI attenuano la reattività dell'amigdala agli stimoli minacciosi, ed è proprio da lì che passa buona parte del loro effetto ansiolitico. Uno studio randomizzato in doppio cieco contro placebo, pubblicato su Scientific Reports nel 2024, ha somministrato escitalopram per tre-cinque settimane a volontari sani misurando in fMRI la risposta cerebrale a volti arrabbiati e impauriti — esattamente il tipo di segnale che accende il sistema d'allarme. Se il farmaco smorza la risposta dell'allarme, smorza anche ciò che ne consegue: la vigilanza, la tensione, il rumore di fondo. Cioè quello che io, sul cuscino, sentivo semplicemente come "riesco a stare fermo".
Il secondo racconta la stessa cosa dal lato emotivo: l'emotional blunting, l'ottundimento. Una quota stimata tra il 40 e il 60% di chi assume SSRI riferisce un appiattimento della gamma emotiva, la sensazione di sentire tutto un po' più smorzato. Uno studio di Cambridge con l'Università di Copenaghen, pubblicato su Neuropsychopharmacology nel gennaio 2023, ha somministrato escitalopram per diverse settimane a 66 volontari sani (32 con farmaco, 34 con placebo) e ha trovato un effetto specifico: peggiorava l'apprendimento per rinforzo — la capacità di imparare dal feedback di ciò che facciamo — mentre attenzione e memoria restavano intatte. È la mia esperienza vista dall'altro lato: se il farmaco riduce l'ampiezza dell'oscillazione, la riduce sia sopra sia sotto. E quando lo togli, l'ampiezza torna.
Qui però va detto anche ciò che non torna, perché sarebbe comodo tacerlo. Se l'ipotesi fosse tutta vera, dovremmo vedere gli SSRI abbassare in modo netto anche i marcatori fisiologici dell'attivazione. E invece i dati sul sistema nervoso autonomo sono incerti: le meta-analisi riportano risultati misti sulla variabilità della frequenza cardiaca, in alcuni casi persino nella direzione opposta a quella che ci si aspetterebbe. Tradotto: la storia dell'amigdala regge, quella dell'attivazione misurata al polso molto meno.
Insomma, la mia sensazione di "volume abbassato" può essere reale ed essere insieme un fenomeno più percettivo che fisiologico. Ma le due cose non si escludono.
Come è andata a finire
Per qualche settimana sono rimasto incerto e dubbioso. Poi ho fatto l'unica cosa sensata: ho continuato a praticare.
Nel giro di un paio di mesi sono tornato a meditare come prima. E c'è di più: essendomi accorto per la prima volta di avere un livello di attivazione così alto, ho deciso di portare la consapevolezza fuori dal tappetino. Sembra una cosa ovvia (la mindfulness nasce per la vita, non per il cuscino!) ma non tutti lo fanno davvero. Ho iniziato a lavorare molto sulle pratiche informali: portare l'attenzione al respiro, al corpo, alle emozioni e ai pensieri durante la giornata, e non solo nei minuti dedicati alla meditazione seduta. Su quanto la qualità della pratica conti più della quantità ho scritto anche in «La "mindfulness digitale" protegge dal burnout: ora c'è una scala scientifica per misurarla», 29 luglio 2026.
Il risultato è che oggi gestisco in modo più funzionale sia il mio livello di attivazione, che per sua natura è alto, sia il mio iperfocus. Non l'ho abbassato, quel livello: è fisiologico. Ho invece smesso di aver bisogno di qualcosa di esterno per abbassarlo. E per disattivarmi…
Per concludere: il farmaco mi ha fornito le stampelle su cui stare in piedi, e la pratica mi ha aiutato a camminare (e a correre). Toglierlo ha inizialmente reso il movimento più faticoso per un po' — ma è così che ho scoperto di essere di nuovo vivo.
Resta una domanda finale però, e non è piccola: perché la mia attivazione di base è così alta? Perché quello che per altri è uno stato occasionale, per me è la condizione ordinaria?
La risposta è arrivata da un'altra parte di questa storia. Una parte che ho volutamente lasciato fuori, e che riguarda un libro scritto in stato di euforia, un'ipotesi diagnostica che non tornava e un percorso che è finito da tutt'altra parte.
La racconterò presto.
P.S. La seconda parte di questa storia è uscita: «Meditare con l'ADHD si può. Ed è anche utile. Ti racconto la mia storia» (4 agosto 2026) — la diagnosi che ha spiegato tutto, e le pratiche che funzionano con una mente iperattiva.
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Andrea Prosperi
Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».










