La «mindfulness digitale» protegge dal burnout: ora c’è una scala scientifica per misurarla
Non conta quanto usi la tecnologia, ma come: uno studio valida la prima scala della mindfulness digitale. Chi la pratica ha meno technostress, meno esaurimento e più benessere un mese dopo.
C'è un'idea su cui lavoro da anni: il problema non è la tecnologia, è la qualità dell'attenzione che ci portiamo dentro quando la usiamo. Ora quell'idea ha uno strumento di misura. Un gruppo dell'Università di Nottingham, guidato dalla ricercatrice Elizabeth Marsh, ha sviluppato e validato la Digital Mindfulness Scale: la prima scala psicometrica pensata per misurare quanto una persona usa dispositivi e applicazioni, al lavoro, in modo intenzionale, attento e non reattivo. Lo studio è stato pubblicato su Computers in Human Behavior.
Intenzione, attenzione, atteggiamento
La scala si compone di quindici domande, articolate su tre dimensioni. L'intenzione: avere uno scopo chiaro quando si prende in mano un dispositivo, invece di aprirlo per inerzia. L'attenzione: restare concentrati e resistere alle distrazioni digitali. L'atteggiamento: rispondere a sé stessi con gentilezza e pazienza quando qualcosa va storto, invece che con autocritica. Chi pratica meditazione riconoscerà la struttura: sono i principi classici della mindfulness, adattati alla realtà del lavoro mediato dagli schermi.
La parte più interessante è il disegno dello studio. Non una fotografia, ma due rilevazioni a un mese di distanza su circa 400 dipendenti britannici: chi partiva con punteggi più alti di mindfulness digitale riportava, un mese dopo, meno technostress, meno esaurimento e un benessere mentale migliore. E l'effetto regge anche al netto della disposizione generale alla mindfulness — non basta «essere tipi zen»: conta la pratica specifica sugli schermi.
Un tool per le aziende
Gli autori sottolineano due cose che condivido parola per parola. La prima: la mindfulness digitale si può allenare in diversi modi come ad esempio fissare un'intenzione chiara prima di sbloccare il telefono, proteggere l'attenzione dalle notifiche, oppure trattare le frustrazioni digitali senza autocritica. La seconda: il benessere digitale non è una responsabilità solo individuale. Il suo raggiungimento passa anche da misure organizzative (norme sulla reperibilità, gestione delle notifiche, diritto alla disconnessione…) e la scala dà finalmente alle aziende un modo per verificare se i programmi di benessere digitale funzionano davvero, invece di contare le licenze delle app di meditazione (sic).
Caveat: campione solo britannico, esiti auto-riportati, follow-up di un mese. Ma un disegno sembra comporsi: la spirale del brain rot di cui ho scritto il 28 luglio descrive come lo scrolling brucia le riserve; questo studio indica il fattore che le protegge, e per la prima volta lo rende misurabile. Intenzione, attenzione, atteggiamento. Ne ho parlato nel mio libro Mindful Tech uscito un anno fa. Se vuoi approfondire il training che porto alle aziende e ai privati, il Mindful Tech Program parte da qui.
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Andrea Prosperi
Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».










