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Performance, Corpo e Pensieri

È il 5 di gennaio. Anche se non siamo ancora tornati operativi la nostra agenda è già un gran casino. C’è quella riunione lunedì prossimo dove dobbiamo presentare…

Andrea Prosperi
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È il 5 di gennaio. Anche se non siamo ancora tornati operativi la nostra agenda è già un gran casino. C’è quella riunione lunedì prossimo dove dobbiamo presentare ai grandi capi. E poi dobbiamo dare quel feedback difficile al nostro riporto. Sono momenti delicati, che abbiamo attraversato già tante volte. Eppure ogni volta il cuore accelera. Le mani diventano fredde. Lo stomaco si chiude un po’. Ecco, questa roba si chiama attivazione fisiologica ed e non la possiamo evitare.

Però, il modo in cui gestiamo questa attivazione fa la differenza tra una performance mediocre e una eccellente. E tutto inizia molto prima, dalla nostra motivazione.

Motivazione: intrinseca o estrinseca?

Proviamo a essere onesti con noi stessi: stiamo facendo quell’attività perché ti piace davvero, o solo perché siamo attaccati al risultato (il bonus, la promozione, l'applauso, ...)?

Se la motivazione è puramente estrinseca (legata solo al risultato finale), un alto livello di stress sarà difficile da sostenere. Ogni segnale del corpo verrà letto come una minaccia alla ricompensa. Se invece coltiviamo una motivazione intrinseca (ci piace risolvere problemi e la creatività in quello che facciamo), questo è come avere una "corazza protettiva". Quando amiamo “il processo”, l'ansia non sparisce, ma cambia sapore: non è più terrore di perdere, è la tensione positiva di chi ci tiene a fare bene.

L'arte di "stare" nel corpo

Anche con la migliore motivazione, quando arriva il momento clou, il corpo reagisce. È una cosa fisiologica. E qui spesso si cade. Sentiamo la tensione al petto e il nostro cervello va in panico: "Aiuto! sono agitato, andrà tutto male!". Iniziamo a combattere contro noi stessi.

La vera svolta (e il cuore della mindfulness applicata al lavoro) è la capacità di intercettare questo momento attraverso la consapevolezza del nostro corpo.

Invece di scappare dalla sensazione di attivazione, possiamo provare a "starci dentro". Tra lo stimolo e la risposta c'è uno spazio. E quello spazio si trova soltanto essendo capaci di ascoltare. Senti il battito accelerato? Non giudichiamolo. Sentiamo il respiro corto? Osserviamolo.

Del resto questi non sono sintomi di un malfunzionamento, sono i segnali che il corpo ci sta fornendo l’energia per essere performanti. Se riusciamo a essere consapevoli, e poi a "stare" con queste sensazioni fisiche senza etichettarle subito come "paura", disinneschiamo i pensieri autosabotanti.

Da "Oddio, fallirò!" passiamo a "Ok, cavolo quanta energia che ho in corpo, sono pronto!"

E se va male?

Abbiamo lavorato sulla motivazione. Abbiamo ascoltato il corpo. Abbiamo gestito il dialogo interno. Eppure, la performance non ha portato il risultato sperato. Il meeting non è andato proprio come ci saremmo aspettati.

È un fallimento? Dipende.

Se il nostro approccio è orientato al processo, non può essere un fallimento. Per definzione.

  • Ci siamo sentiti positivamente attivati mentre eravamo lì? Eravamo orientati al processo?
  • Abbiamo imparato qualcosa su di noi e sugli altri?
  • Abbiamo raccolto informazioni per essere ottenere un risultato migliore la prossima volta?

That’s enough. In un'ottica di Growth Mindset, quello che chiamiamo fallimento è solo un feedback temporaneo. La performance perfetta non esiste. Esiste solo la capacità di imparare velocemente e godersi il viaggio, anche quando le mani sudano un po'.

#Mindfulness #PerformanceManagement #Produttività #GrowthMindset #Leadership

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Andrea Prosperi

Andrea Prosperi

Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».