Presenza mentale: cosa vuol dire sati e perché ho scelto questo nome
Presenza mentale è la traduzione italiana di sati, il termine con cui il Buddha chiamava quello che oggi chiamiamo mindfulness. Perché ho dato questo nome al sito, cosa vuol dire davvero, e dove sta — almeno per come la vedo io — il cuore della pratica.
Quando un paio di anni fa stavo pensando di creare un sito dedicato alla meditazione mindfulness, le prime idee che mi vennero in mente si proponevano di sfidare la rappresentazione della meditazione come qualcosa di lento e noioso. Pensavo a nomi come medit-azione, oppure meditazione-in-azione, per veicolare chiaramente il concetto secondo cui la consapevolezza non è qualcosa che si esercita solamente quando pratichiamo sul cuscino, ma diventa davvero utile solo quando la portiamo nella vita di tutti i giorni.
I nomi erano funzionali all'obiettivo che mi ero proposto, ma forse un po' banali. Peraltro non volevo che il sito prendesse una piega troppo «McMindfulness», termine con cui si definisce un approccio troppo commerciale alla mindfulness, in cui il beneficio derivato dalle pratiche diventa essenzialmente strumentale al raggiungimento di obiettivi lavorativi o puramente materiali.
Essendo un mindfulness trainer, e conoscendo i benefici della pratica, sono ovviamente a favore della sua democratizzazione. Tuttavia rimango piuttosto scettico in tutti i casi in cui ne viene nascosta la radice filosofico-spirituale. Non solamente per una questione culturale o di mera erudizione, ma perché se non si conosce, anche in maniera sommaria, il contesto in cui le pratiche sono nate, i benefici saranno limitati.
Per dirla terra terra: meditare per abbassare lo stress va benissimo, perché funziona. Ma se ho solamente imparato una tecnica che mi consente di sopportare carichi di stress sempre maggiori, magari nuocendo anche alle persone che ho intorno, ecco, questo mi parrebbe poco sensato. Anche perché, guardandola egoisticamente, non starei nemmeno salvaguardando il mio benessere nel medio-lungo termine.
A un certo punto mi chiesi se fosse disponibile il dominio presenzamentale.it. E fui colto da un grande stupore quando mi accorsi che era libero. Ma come? Tutti parlano di mindfulness e nessuno ha pensato di creare un sito usando il concetto che ne è alla base? Pazzesco, mi dissi. Lo prenderò io.
Perché «presenza mentale» è così importante
Presenza mentale è la traduzione di sati, parola della lingua pāli (in sanscrito smṛti), ed è uno dei termini presenti nel titolo del testo da cui si sviluppa tutta la meditazione mindfulness: il Satipaṭṭhāna Sutta, il discorso (sutta) sui fondamenti (paṭṭhāna) della presenza mentale. Si dice che lo pronunciò Siddhartha Gautama, il Buddha, nel V secolo avanti Cristo, nel paese dei Kuru, nel nord dell'India. Con questo discorso si proponeva di condividere una guida chiara che potesse purificare la mente e portare alla totale liberazione dalla sofferenza attraverso la semplice e sistematica osservazione della realtà presente.
Nel testo i fondamenti sono quattro: il corpo, le sensazioni, la mente e i fenomeni mentali. Nella serie di guide che chiudo con questo articolo ho trattato il respiro come un campo a sé, per ragioni didattiche: per questo lì i campi sono cinque. Senza addentrarci ora nella spiegazione del testo (qui trovi l'articolo che gli ho dedicato, e qui le definizioni di base), in questo articolo vorrei mettere a fuoco il concetto di sati.
Perché, a parte l'importanza di collegarsi a un testo così fondamentale, ho scelto proprio questo nome per il mio sito? Perché il suo significato autentico include tre dimensioni che possono illuminare il senso più profondo (almeno per come la vedo io…) della pratica.
Il primo è essere presenti, concentrati. Esercitarsi a mantenere la nostra attenzione su un oggetto. Sapendo che in questo senso si può intendere sia l'attenzione focalizzata (ad esempio: rimango concentrato sul respiro), sia la consapevolezza aperta (l'oggetto della mia attenzione è il flusso dei contenuti mentali che cambia continuamente, di cui io sono consapevole senza attaccarmi a nessuno di questi).
Il secondo è sapere di essere presenti. Con questo si intende appunto la consapevolezza di quello che sto facendo. Non sto sentendo un rumore perché è capitato, e quindi la mia attenzione ne è stata distratta, e lo seguirò fino a quando un nuovo stimolo mi distrarrà. Sto prestando attenzione perché la mia è una scelta intenzionale. So di avere scelto di sentire quel rumore. Nel sutta questa qualità ha un nome suo, sampajañña, la chiara comprensione, e accompagna sati in ogni passaggio del testo: «presente e chiaramente consapevole».
Il terzo significato è ricordarsi di essere presenti. Ed è il più antico dei tre, perché la radice della parola sati è proprio quella della memoria: ricordare. Ovvero la postura mentale per la quale ci ricordiamo di essere presenti e torniamo a noi stessi. Mille volte ci distraiamo, mille volte torneremo presenti. La distrazione, quindi, non come un «nemico», ma come un elemento essenziale per procedere verso successivi livelli di consapevolezza.
A partire da questi tre significati diventa chiaro, almeno per me, che sati può essere portata in ogni momento della nostra esperienza. Non a caso la mindfulness moderna distingue le pratiche formali (quelle che si fanno da seduti) da quelle informali (quelle in cui ci esercitiamo a essere presenti e centrati nella vita di tutti i giorni).
Due cose che restano da dire
Mancherebbero tante altre considerazioni. Ma almeno due credo siano necessarie.
La prima è legata al benessere personale. Da un punto di vista meramente materiale, perché facciamo tutto questo? Perché la scienza negli ultimi anni ha ampiamente documentato i benefici della meditazione mindfulness sul complesso mente-corpo: dalle funzioni esecutive alla capacità di concentrazione, dalla gestione dello stress all'empatia. Se vuoi approfondire ti rimando a questo mio articolo sulle evidenze scientifiche e sulle origini buddhiste.
La seconda è legata all'aspetto spirituale. Come scrivevo sopra, il Satipaṭṭhāna Sutta è stato pensato come una guida che aiutasse le persone a eliminare la sofferenza dalle proprie vite. Ma perché le pratiche del sutta, secondo Siddhartha Gautama, avrebbero questo effetto?
Perché la sofferenza, nella sua visione, è legata all'attaccamento. E l'attaccamento porta per sua natura alla sofferenza, perché tutto cambia continuamente. Pertanto non ha senso attaccarsi a qualcosa di piacevole, perché presto svanirà creando sofferenza. Né tanto meno ha senso lottare contro qualcosa di spiacevole, perché anche questo, presto, non ci sarà più.
Ecco allora dove sta, nella mia lettura, il cuore della pratica del Satipaṭṭhāna Sutta, da cui tutta la mindfulness moderna deriva. Fare esperienza del momento presente, così com'è, senza legarsi a nulla e senza voler fuggire da nulla.
Semplicemente essere presenti nel qui e ora.
Ti scrivo ogni settimana
Iscriviti alla newsletter: letture, spunti e idee su mente, attenzione e creatività. In regalo la guida Mindful Tech.
Iscriviti alla newsletter
Andrea Prosperi
Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».










