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L’AI non ci rende più produttivi. Ci rende più uguali.

Il governo britannico ha messo Copilot in mano a mille dipendenti pubblici per misurare quanto li rendesse più produttivi. Risposta: quasi niente. Un gruppo, però, l'ha promosso a pieni voti: i lavoratori neurodivergenti. Non è un caso. E da autistico-iperattivo, un'idea sul perché ce l'ho.

Andrea Prosperi
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Il Department for Business and Trade britannico ha fatto una cosa che le aziende fanno raramente: ha valutato sul serio, con un protocollo pubblico, cosa succede quando dai un assistente AI a mille dipendenti. Tre mesi di sperimentazione con Microsoft 365 Copilot, trecento persone valutate. E il risultato che cercavano, ovvero più produttività, non è arrivato: nessun guadagno aggregato misurabile.

Il risultato che non cercavano, invece, sì. I dipendenti neurodivergenti sono risultati il gruppo più soddisfatto dello strumento, e il più propenso a raccomandarlo ai colleghi. Ben il 95%. Il governo cercava efficienza e ha trovato un'altra cosa. (Equità?)

Perché proprio noi?

La spiegazione che dà il report è già interessante: l'assistente vive dentro gli strumenti che usano tutti. Non è una «tecnologia assistiva» da richiedere compilando un modulo, dichiarando una diagnosi, esponendosi. È lì e basta. E considerato che — dati Gallup — più di un lavoratore neurodivergente su tre non si dichiara in azienda, un accomodamento «utile» che non prevede di dichiararsi è molto probabile che venga usato.

Non è un caso isolato. Uno studio del Karolinska Institutet su mezzo milione di accessi ai servizi sanitari giovanili svedesi ha trovato lo stesso schema: le persone autistiche accedono molto meno ai servizi in presenza, ma il divario si assottiglia drasticamente nel canale digitale. La barriera non è il servizio: è il primo contatto. L'accomodamento che funziona è quello che nessuno deve chiedere.

Cosa c'è dietro questa soddisfazione?

Credo che l'interazione con l'AI funzioni così bene per chi è nello spettro perché rimuove d'un colpo tutte le barriere sociali, emotive e contestuali che rendono faticose le «tipiche» interazioni sociali. Con un'AI non devi inferire gli stati mentali degli altri in tempo reale. Non devi gestire il contatto oculare mentre formuli un pensiero. Non devi negoziare i turni di conversazione, decifrare il sottotesto, calibrare il tono sul registro emotivo dell'altro. Puoi rispondere dopo dieci secondi o dopo dieci minuti, e nessuno lo troverà strano.

E in effetti la ricerca inizia a dire cose simili. Gli studi sull'interazione tra persone autistiche e agenti conversazionali la descrivono come «prevedibile e strutturalmente semplificata»: riduce il carico cognitivo ed emotivo del dover leggere continuamente la mente altrui. E un lavoro di Stanford pubblicato sul Journal of Autism and Developmental Disorders ha trovato qualcosa di più: sessioni brevi e regolari di pratica conversazionale con un chatbot migliorano la comunicazione faccia a faccia reale. Lo strumento senza pretese sociali diventa la palestra per quelle vere.

La «profezia» di Karp

Poi c'è chi su questa asimmetria ha costruito una tesi molto più ambiziosa. Alex Karp, CEO di Palantir, sostiene che nell'era dell'AI ci siano due modi per sapere di avere un futuro professionale: avere una formazione tecnico-professionale, oppure essere neurodivergenti. Perché i tratti che contano adesso — riconoscimento di pattern, capacità di focus profondo, pensiero non lineare — sono esattamente quelli che i processi di selezione tradizionali hanno sempre filtrato via. Palantir ci ha scommesso sopra con una fellowship dedicata ai profili neurodivergenti.

Mettendo da parte la discutibile matrice ideologica di Alex Karp, rimane il punto di vista di chi guida una delle aziende AI più importanti del mondo, che assume, mette (e fa) i soldi dove mette le parole.

Che però va anche ridimensionato: non serve essere neurodivergenti per pensare fuori dai pattern, e il pensiero laterale non è un'esclusiva di nessuna diagnosi. Questo è giusto che sia chiaro, per non dare adito a derive paradossali da «categoria cognitiva superiore».

Le cautele

Anche perché il mito del superpotere ha già mostrato le crepe. Uno studio longitudinale su 28 anni di dati ha trovato che il famoso «vantaggio ADHD» nell'imprenditoria vale quasi solo per uomini con alte capacità cognitive: il vantaggio esiste, ma ha un codice d'accesso — e venderlo a tutti è un altro modo di non vedere le persone reali. I numeri aziendali che circolano (team neurodivergenti più produttivi del 90-140% in certi progetti JPMorgan) vanno maneggiati con cura, per due motivi. Primo: li comunicano le aziende stesse, su team iper-selezionati. Secondo: è probabile che misurino anche altro — la plusdotazione, per esempio, che attraversa ogni profilo cognitivo, dentro e fuori lo spettro. Attribuire tutto alla neurodivergenza è un'altra semplificazione.

Inoltre: la stessa ricerca che documenta i benefici dei chatbot per le persone autistiche ne segnala anche i rischi: l'AI che abbassa le barriere può anche diventare il posto dove ci si ritira del tutto. In altri termini, lo strumento che toglie l'attrito sociale è prezioso finché resta un ponte verso le persone, non un sostituto (ne ho scritto in «Il debito cognitivo: cosa succede quando deleghiamo il pensiero ai chatbot», 19 luglio 2026).

Quindi?

Resta un punto interessante: la tecnologia più discussa del decennio si sta rivelando, quasi per caso, il più grande esperimento di neuroinclusione mai condotto. Non per bontà: per struttura. Mentre le aziende spendono in training di awareness che — dati alla mano — non spostano la sicurezza psicologica di chi è neurodivergente, lo strumento che hanno già comprato per altri motivi sta facendo il lavoro al posto loro. Ho raccontato l'altra faccia di questa medaglia quando è l'AI a valutarti («La neuroinclusione che si smentisce da sola: quando è l'intelligenza artificiale a valutarti», 21 luglio 2026): lì l'algoritmo penalizza chi non rientra nel pattern, qui lo libera. La differenza non la fa la tecnologia. La fanno le persone consapevoli. Come sempre.

Se ti interessa approfondire come creare nella tua azienda un ambiente di lavoro più sano, produttivo e inclusivo — per tutte le teste — scrivimi: è il lavoro che faccio con i progetti di neuroinclusione.

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Andrea Prosperi

Andrea Prosperi

Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».