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Neurodivergenza

Il QI non è un destino: cosa insegnano 23 anni nella vita di 92 persone autistiche

Uno studio longitudinale durato oltre vent’anni smonta un assunto radicato: il punteggio cognitivo di un bambino autistico non dice come sarà la sua vita da adulto.

Andrea Prosperi
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C’è questa idea che circola da decenni nei corridoi delle scuole come nei colloqui di selezione: ai bambini autistici "brillanti" corrisponderebbe quasi inevitabilmente un divario nelle abilità di vita quotidiana — cucinare, gestire i soldi, spostarsi da soli. In pratica, anche se sei ad alto funzionamento avrai comunque forti problemi nella vita quotidiana. Il QI come profezia. Uno studio longitudinale pubblicato su Autism Research da Elaine Clarke, con Catherine Lord e Vanessa Bal, ha avuto la pazienza di verificarla davvero: 92 persone autistiche con QI nella media o superiore, seguite dai 2 ai 25 anni con valutazioni ripetute nel tempo.

Il risultato smentisce l’assunto in buona parte. Nel 57% dei casi le abilità quotidiane sono cresciute in parallelo alle capacità cognitive per tutto il percorso, senza che il divario si aprisse mai. Nel restante 43% il divario è emerso, ma lentamente, durante l’infanzia e l’adolescenza: non era scritto a 2 anni. E il dato più importante arriva alla fine: da adulti, l’appartenenza all’uno o all’altro gruppo non ha predetto alcuna differenza in occupazione, vita indipendente, amicizie o felicità.

La lettura di Clarke è chiara: le abilità di vita si possono apprendere — può servire più tempo, più supporto, più occasioni — e il QI da solo è un pessimo strumento per capire punti di forza, difficoltà e potenziale di crescita di una persona. Vale per i genitori che ricevono una diagnosi, e vale allo stesso modo per il mondo del lavoro: ogni volta che un percorso di carriera viene previsto a partire da un punteggio — un test cognitivo in selezione, un’etichetta in un fascicolo — stiamo costruendo su un fondamento che questa ricerca ha dimostrato essere fragile. I percorsi di sviluppo sono asincroni e individuali; ciò che conta davvero è cosa una persona può apprendere, non cosa misurava un test quando aveva 2 anni. Il software, non solo l’hardware.

Dati interessanti ma comunque da prendere con cautela: la coorte è stata arruolata negli anni ’90, con criteri diagnostici diversi dagli attuali, e lo studio riguarda solo persone con QI medio-alto — non l’intero spettro. Ma il messaggio rimane valido, ed è una buona notizia che non ha bisogno di essere gonfiata: il futuro di una persona autistica non è nel punteggio ottenuto in un test. È nelle occasioni che le vengono date per imparare.

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Andrea Prosperi

Andrea Prosperi

Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».