«Sei Peter Parker o Spider-Man?» «Tutti e due.» Il film più maturo sul neurodivergente che non vuole essere un supereroe
Sono andato a vedere Spider-Man: Brand New Day con due mesi di ritardo e ne sono uscito con una cosa che non mi aspettavo da un blockbuster: un racconto su cosa vuol dire tenere insieme i propri talenti e i propri limiti, e di quanto costa farlo da soli. Contiene spoiler.
Ho visto Spider-Man: Brand New Day solo due giorni fa, in ritardo su tutti. Mi era arrivata, non ricordo da chi, l'idea che avesse a che fare con l'autismo, e sono entrato in sala con quel sospetto. Ne sono uscito con una certezza: è un film profondo, che tratta il tema del "supereroe neurodivergente" con una maturità rara, proprio perché non lo nomina mai. Racconta la difficoltà relazionale di chi non è neurotipico in modo autentico, e soprattutto racconta la fatica di bilanciare ciò che qualcuno chiama superpoteri, e che fuori dal cinema chiamiamo talenti, inclinazioni, intensità, con l'altra faccia della stessa medaglia: il limite, il sovraccarico, la solitudine. Lo fa con Peter Parker e lo fa, in modo speculare, con l'antagonista, che poi antagonista non è. E dice una cosa che non sento dire spesso: che le fragilità si possono attraversare, e che persone diverse possono accogliersi a vicenda.
Il film, in breve
Spider-Man: Brand New Day è uscito in Italia il 29 luglio 2026. È il quarto film di Tom Holland nei panni di Peter Parker e riparte da dove No Way Home aveva lasciato: l'incantesimo che ha cancellato Peter dalla memoria di tutti. Quattro anni dopo, Peter protegge New York da anonimo, senza MJ (Zendaya), senza Ned (Jacob Batalon), senza nessuno. La regia è di Destin Daniel Cretton, che prima di Shang-Chi aveva girato Short Term 12 dopo due anni di lavoro in una casa-famiglia per adolescenti: i ragazzi ai margini e il trauma sono il suo terreno, e si vede. Nel cast Sadie Sink è Jean Grey, una telepate adolescente al suo debutto nel Marvel Cinematic Universe; Jon Bernthal è il Punisher, Mark Ruffalo è Bruce Banner, Tramell Tillman è Bill Metzger, il direttore del Damage Control. La critica lo ha accolto bene (90% su Rotten Tomatoes, 66 su Metacritic) e il pubblico più che bene: è diventato il film con il maggior incasso di sempre in Nord America.
La trama, ridotta all'osso: dopo aver visto MJ con un altro, Peter si sveglia con i sensi amplificati e con le ragnatele che gli escono dai polsi. La mutazione sta accelerando, e lui non la governa: in uno scontro con Scorpion perde il controllo e ferisce un poliziotto. Nel frattempo qualcuno usa la telepatia per far compiere attentati contro il Damage Control: è Jean, che vuole vendicare la sorella Sara, morta negli esperimenti con cui Metzger cercava di replicare i suoi poteri.
Il chip: abbassare il volume
Per quasi tutto il film Peter cerca di contenere la parte "animale" di sé, quella che gli dà i poteri maggiori e che insieme lo destabilizza. Si costruisce un inibitore, un chip da innestarsi dietro il collo, che sembra funzionare. Peter torna gestibile, prevedibile, sicuro per gli altri. È esattamente il patto che molti di noi hanno fatto a un certo punto della vita: tolgo il volume a quello che mi rende diverso, così nessuno si spaventa, io per primo. All'estero lo hanno già scritto in molti, e bene: per Autism Spectrum News il film è la storia di una maschera che non è quella rossa e blu, ma quella invisibile, e l'inibitore è «uno dei tanti modi in cui tutti proviamo ad abbassare il volume». Un blog di persone autistiche lo chiama la fotografia più pulita del masking che un blockbuster abbia mai scattato, per caso.
«Sei Peter Parker o Spider-Man?» «Tutti e due.»
Poi arriva la battaglia finale, a Roosevelt Island, e con il chip Peter perderebbe. Se lo toglie. I poteri crescono, le ragnatele sintetiche non servono più: quelle organiche sì. È Jean a fargli la domanda, dopo averlo provocato sul lutto: sei Peter Parker o Spider-Man? Lui risponde «tutti e due». È il momento in cui integra le due realtà invece di scegliere quale sopprimere. E il film ha la cura di mostrare subito che cosa significa un potere integrato: Peter immobilizza i ninja della Mano senza ucciderli, e ferma Jean un attimo prima che uccida Metzger. Nella mia memoria c'è anche un nemico colpito, sbalzato all'indietro verso qualcosa di acuminato, e Peter che lo salva. Comunque sia andata sullo schermo, il senso è quello: la parte di sé che aveva tenuto sotto chip non è nociva per gli altri, se è lui a governarla e non il contrario.
La zia May: fare pace con chi non ti capirà
Il passaggio più profondo del film è però un altro, e non è una scena d'azione. Cretton ha detto di aver voluto un climax che finisse con «due persone sedute su un letto che parlano». Jean, con mezza città paralizzata dal suo campo psionico, entra nella mente di Peter, o Peter la lascia entrare. Rivive un ricordo con la zia May, che nel frattempo è morta. May gli dice che, proprio perché è speciale, ci sarà sempre chi potrà fargli del male, chi si spaventerà di lui; e che le persone che lo amano non lo amano perché è speciale, lo amano perché è lui. È un momento di consapevolezza che parla di neurodivergenza, ma in realtà parla a tutti: racconta dell'eroe solitario le cui battaglie non vengono capite, e di chiunque abbia dovuto accettare di non essere compreso senza reagire con la rabbia, anche quando aveva ragione. Jean rinuncia alla vendetta. Non è redenta nel senso classico: Sadie Sink ha detto di aver voluto interpretare «non una cattiva, ma qualcuno che è stato solo ferito dall'avere queste capacità». Più avanti la vediamo sola su un autobus, verso chissà dove. Ho trovato questa scelta molto onesta: capisce, accetta, ma non è pronta a vivere il proprio essere in modo aperto. Per adesso sceglie una vita nascosta. Molti di noi ci sono passati, e alcuni ci sono ancora.
Ned: trovare il codice
Peter ha passato il film a tenere lontani i due amici più cari per proteggerli. Il Punisher, che gli offre un rifugio, gli dice la frase che pesa di più: pensi che vivere così sia una scelta? È una condanna. Tom Holland ha definito il film «un monito sui pericoli di vivere da soli, senza una comunità», e ha raccontato che la battuta sulla tomba di May, «non lo farò più da solo», l'ha improvvisata il primo giorno di riprese: è diventata la stella polare del montaggio. L'ultima scena è in una bodega. Ned riconosce Peter vagamente, «il tipo dei fiori di una festa?»; parlano; e le mani fanno da sole la loro vecchia stretta segreta. «Peter?». Fine. Senza dichiararsi, Peter ha trovato un canale con qualcuno che era aperto al dialogo. È il messaggio che mi porto a casa: anche chi si sente un supereroe, o un alieno, può entrare in comunicazione con l'altro se trova i codici, i canali, la sintonia giusta. Non è detto che funzioni con tutti. Ma con qualcuno sì.
In conclusione
Lo dico da tempo e lo ripeto: il supereroe neurodivergente non esiste, e il mito del superpotere fa danni a chi, soprattutto, ogni giorno deve imparare a gestire i propri limiti. Ma qui la narrativa funziona perché fa il contrario di quel mito: mette in luce le fragilità, il sovraccarico, la solitudine, e racconta come si attraversano. Non con un chip, non con la vendetta, non da soli. Con una domanda («sei l'uno o l'altro?») a cui si può rispondere «tutti e due», con una zia che ti ricorda che non sei amato perché speciale, con un amico che ti stringe la mano prima ancora di ricordarsi chi sei.
Foto: © Sony Pictures / Marvel Studios.
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Andrea Prosperi
Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».










