«Sul palco il cervello mi si spegne»: Sofia Vircillo, ballerina. 23 anni. Quando la passione si fa creatività e altruismo.
Ha ventitré anni, si è diplomata all'Urban Dance Academy di Roma e balla nella junior company diretta da Ilenja Rossi. Dice di essere introversa, che le parole le costano, e che la danza è il posto dove riesce a dire quello che altrove non dice. Poi racconta cosa succede prima, durante e dopo uno spettacolo. E in mezzo c'è proprio quel vuoto che chi medita conosce bene. Quel vuoto da cui nasce la creatività.
Se ci sono due cose distantissime da me sono il ballo e il disegno. Potrei esercitarmi all'infinito senza migliorare mai in niente. Ed è proprio per questo che ero curioso di capire cosa passa nella testa di chi invece balla per lavoro. E che ha cominciato a coreografare.
Sofia Vircillo ha ventitré anni, compiuti a settembre. Ha iniziato a ballare a tredici, in una scuola di quartiere, e a diciotto è entrata nell'accademia che aveva sognato i cinque anni precedenti. Oggi è una ballerina della UDA Junior Company, la compagnia giovani dell'Urban Dance Academy di Roma: quest'estate era in scena al Ferento Teatro Festival con Rossini vs Bach, uno spettacolo in cui il belcanto e il barocco si sfidano a colpi di street dance.
L'Urban Dance Academy — UDA, per chi ci balla — è un'accademia professionale di street dance nata a Roma nel 2015 e diretta da Ilenja Rossi: tre anni di corso più uno di tirocinio accanto ai docenti, e dal 2022 una compagnia, la UDA Company, prodotta insieme al Gruppo Danza Oggi. La sezione giovani è quella da cui viene Sofia.
Non parleremo di tecnica, di cui decisamente non saprei cosa dire. Parleremo di cosa si prova. E scopriremo una ragazza che dice di aver trovato un linguaggio che non le consente di mentire.
Buona lettura.
Partiamo dall'oggi. Ti sei diplomata all'Urban Dance Academy di Roma: di cosa ti occupi adesso?
Faccio la ballerina. Mi sono diplomata due anni fa all'UDA, l'Urban Dance Academy, che è un'accademia professionale di Roma dedicata solo alle danze urban, alla street dance. È una triennale: mi sono iscritta subito dopo la maturità, ho fatto i tre anni e poi l'anno di tirocinio che il programma prevede, in cui affianchi i docenti che ti hanno fatto lezione — non tutti, quelli della tua specializzazione, che scegli al terzo anno. Adesso comincia il mio secondo anno da diplomata e collaboro con l'accademia in un'altra veste: Ilenja Rossi, che la dirige ed è la coreografa della compagnia, ha creato una sezione giovani, la UDA Junior Company, e io sono lì dentro. Facciamo spettacoli, lavori, teatro.
Che tipo di spettacoli?
Vari, in giro per il Lazio e per l'Italia. Quest'estate per esempio abbiamo fatto Rossini vs Bach: eravamo una dozzina, letteralmente divisi tra Rossini e Bach, più un terzo personaggio che serviva a tenere insieme la storia. Uno spettacolo molto divertente, anche comico per certi aspetti. Ma se devo dire cosa facciamo davvero, al di là del singolo titolo: raccontiamo storie. Noi raccontiamo storie.
Quando è cominciata la tua passione per il ballo, e come sei arrivata all'UDA?
Nel 2016, dieci anni fa esatti. Avevo tredici anni. Ballare mi era sempre piaciuto, da bambina ballavo in casa davanti alla tv, le classiche storie. Ma non ricordo di aver mai detto «da grande faccio la ballerina». Mi piaceva, e basta. Poi sono entrata in una scuola pomeridiana di quartiere e tra gli insegnanti c'era Ilenja, che l'anno prima aveva fondato l'accademia. Con lei facevamo dei pezzetti da gara, piccole coreografie per i concorsi, che in Italia sono tanti. E nelle categorie dei grandi c'era l'UDA: vedevo questi ragazzi fare cose pazzesche e mi è venuto il pallino, la fissa. Ho scoperto che esisteva un universo parallelo e da quel momento il mio obiettivo è stato entrarci. Dai tredici ai diciotto ho studiato con lei e con tante altre persone a Roma, e al quinto superiore non vedevo l'ora di finire per catapultarmi lì dentro.
Cos'è che ti piace, del ballo?
Qualche anno fa ti avrei detto: mi piace perché mi fa stare bene, perché mi diverto. Oggi ti dico che è il mio strumento principale per esprimermi al di là delle parole. Io non sono una persona che si apre. Sono molto introversa, a meno che non mi fidi al cento per cento di chi ho davanti, e ci vuole tempo. La danza mi ha fatto scoprire che potevo esprimermi anche senza parlare, che esisteva un altro tipo di linguaggio. Mi capita di inventarmi una storia solo per costruirmi un pezzo, e quella storia parla di qualcosa che mi riguarda nel profondo, di cose che faccio fatica a dire.
Poi c'è l'ambiente. L'hip hop non è un mondo accademico: ci sono le battle, le serate, gli eventi, il divertimento. E c'è la musica: sono sempre stata innamorata dell'hip hop e del rap.
Quali sono le parti di te che riesci a raccontare attraverso il ballo, e non nella vita quotidiana?
Spesso i pensieri più profondi, le cose più intime, alcune situazioni vissute faccio fatica a tradurle in parole precise. Non so come accada di preciso, ma quando ballo ho l'impressione di stare raccontando proprio quelle emozioni lì.
E poi c'è una cosa di cui mi sono accorta negli ultimi due anni, soprattutto quando mi esercito in assoli o lavori di gruppo che richiedono un pensiero dietro. Tutto quello che faccio va sempre nella stessa direzione: la comunicazione con le persone. Le relazioni. Che è strano, perché per quanto io sia introversa trovo difficilissimo non comunicare. Se ho un problema con te non ce la faccio a tenermelo: te lo devo dire, ti devo spiegare qual è e poi dobbiamo trovare una soluzione. Per me è fondamentale.
E la cosa che mi ha colpito di più è che da quando ho iniziato l'accademia mi sono ritrovata in relazioni, amicali e d'amore, in cui davanti avevo dei muri: persone che non parlano, che non si aprono. Che sono peggio di me! (ride) Così mi ritrovo a raccontare spesso questa cosa quando ballo. È un modo per esorcizzare un bisogno. Comunicare con gli esseri umani è una cosa che odio fare e che allo stesso tempo per me è vitale. È la mia grande contraddizione!
Descrivimi le emozioni prima, durante e dopo uno spettacolo.
Il prima è un po' di ansietta. Niente che ti faccia stare male: quel friccicorio che dice «oddio, adesso devo ballare davanti a tutte queste persone, adesso faccio vedere quello che faccio». Magari va tutto male… magari va tutto bene!
Il durante è il vuoto. Il vuoto più totale. Da un anno faccio uno spettacolo di venti minuti con un'altra ragazza, siamo io e lei e non usciamo mai di scena: all'inizio ero concentrata sui passi, sui conti, sui tempi, ma ormai quelle dinamiche le ho assorbite e non ci penso più. Quindi sul palco non c'è niente.
È forse l'unico vero momento della giornata in cui il cervello mi si spegne. Non che sia sconnessa — dopo mi ricordo tutto, ho buona memoria — ma non sto pensando. Ed è una cosa rara per me, perché io non mi spengo mai: anche a casa da sola, finito il lavoro, sto lì a macinare, a pensare a quello che devo fare dopo. La vita di oggi non aiuta. Quei venti minuti sono gli unici in cui non penso a niente per davvero.
Il dopo dipende. Quando finisci di ballare hai sempre il dubbio che ti assilla: bene o male? Se la sensazione che ho avuto in quel vuoto mi è piaciuta, sono soddisfatta, quasi rilassata, mi azzarderei a dire. Le volte in cui sento di non aver dato il massimo, invece, sono quelle dure.
Cosa succede, quelle volte?
Mi insulto. Ma forte, tanto, anche troppo. Sento una frustrazione enorme, mi fa male. Se ho ballato male posso pensarci per giorni: a tutto quello che potevo fare e non ho fatto, a quello che ho sbagliato, a quanto non sono valida. È il castigo.
E come passa? Perché passa sempre… di questo ne hai già fatto esperienza!
Passa quando riprovo il pezzo e mi dico «vabbè, dai, non così male». Oppure quando esce il video. Lì le opzioni sono due: o me la sono sentita peggio di com'è andata davvero, oppure è andata peggio di come me la sono sentita — e lì c'è il nero più assoluto. In quel caso mi passa quando mi passa, non te lo so spiegare. Quando è finita.
Anche se, in realtà, non finisce mai. La danza è un pensiero costante della mia vita. Mi sveglio, faccio colazione e penso: il prossimo pezzo è questo, quello che ho fatto ieri era quest'altro, come li unisco, con chi posso lavorarci. Non c'è un giorno in cui non ci penso, perché sta diventando un lavoro. Non smette mai: semplicemente cambia forma.
Se non avessi incontrato Ilenja, se non fossi entrata in quel viaggio, quale sarebbe oggi un altro viaggio per te?
Ti dico una cosa che non ho mai detto ad alta voce. Quest'anno, per la prima volta da quando ballo, mi sono messa in dubbio. Non perché non ami quello che faccio, ma perché mi sono chiesta: me lo merito? Sto andando bene? Ha senso? In Italia non è facile. Fino a poco fa la domanda che mi facevano era un'altra, «e il piano B?», che è una domanda diversa e non mi è mai piaciuta.
Se devo rispondere alla tua, invece, ti direi la fotografia. Ho fatto il liceo cinematografico, il Rossellini, un po' perché mi sembrava la strada più mia anche senza un motivo preciso, un po' perché il cinema mi è sempre piaciuto, e molto perché me lo ha consigliato mia madre. E facendolo ho scoperto che è una cosa che mi piace davvero, per una questione estetica, visiva. In un universo in cui non faccio la ballerina, farei le foto. Di certo non ragioneria!
E poi insegnare. Quello mi piace tantissimo, qualunque cosa: filosofia, storia, italiano, non lo so. Mi piace stare con i ragazzi, con i bambini soprattutto. Loro sono come una tela bianca — non nel senso che gli fai fare quello che vuoi, quella è manipolazione — ma puoi aprirgli un mondo di strade e dargli gli strumenti per scegliersele. Se tutti quelli a cui piace insegnare qualcosa lo facessero, il mondo sarebbe più bello. Far capire a ognuno che ha una libertà di scelta, almeno su che lavoro fare e su chi essere da grande. Non è bellissimo?
E la coreografia, invece, cos'è per te?
Presa come parola è una sequenza di movimenti. Di uno, di due, di un gruppo… Spero di darti la definizione giusta!
Per me però è uno strumento di lavoro con cui raccontare una storia: la mia o quella di qualcun altro, perché quasi mai coreografo cose mie. Se devo fare la coreografia per un cliente, devo rispecchiare il più possibile quello che il cliente si aspetta: se vuole la mano così, la mano va fatta così. Ci sono i momenti corali, in cui tutti fanno la stessa cosa, e i momenti in cui uno si stacca — e anche quello fa parte della storia.
Quando invece è un mio assolo, cambia tutto. Lo spettacolo di venti minuti di cui parlavo è nato così: Ilenja ci ha detto «Sofia, fatti l'assolo; poi c'hai la coppia con Denise; Denise si fa il suo assolo; uniamo i tre pezzi e vediamo cosa esce». Il mio assolo dura cinque minuti e non è tutto coreografato. Ci sono punti chiave che so di dover toccare e in mezzo mi tengo libera: c'è un minuto in cui non so cosa farò, ed è diverso ogni volta. Questa libertà viene con l'esperienza. In accademia, quando montavo un assolo per un esame, non mi lasciavo nemmeno due ottavi di freestyle: coreografavo tutto. Oggi so di potermelo permettere, e mi piace, perché quel giorno mi sento in un modo ed esce una cosa, il mese dopo lo rifaccio ed esce tutt'altro.
E quando la storia la disegni tu e la ballano altri, cosa provi?
Ti racconto il lavoro di maggio, una call per coreografi. Ballavano ragazzi della mia età, amici miei. Gli ho detto: la storia è questa, ma sul palco ci siete voi, quindi dovete renderla vostra e raccontare attraverso la mia storia qualcosa di vostro. Non è scontato la prima volta trovare persone che ti ascoltano, prendono una cosa tua e la fanno propria per portarla fuori. E invece è successo esattamente questo. È stato bellissimo. Un'emozione magnifica.
Ho capito che aiutare gli altri a trovare una via di espressione come l'ho trovata io mi piace davvero tanto.
Ho spento il registratore e mi è rimasto in testa il concetto di vuoto di cui parla Sofia. È quello che gli psicologi chiamano flow, lo stato in cui l'azione va avanti da sola e il commento interno tace. Alcuni protocolli di mindfulness lo allenano in modo mirato, come l'mPEAK, nato proprio per la performance. Ma a volte è un talento naturale.
In bocca al lupo, Sofia!
Foto di copertina: Virginia Pavoncello.
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Andrea Prosperi
Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».










