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«Suonare bene? Pippo Inzaghi»: Bolla, il contrabbassista che tiene Averroè in bagno

Il contrabbasso lo sente suo per i calli. La filosofia per Averroè, che tiene in bagno. Milanese, classe 1984, ha iniziato col punk nei centri sociali, pagato a birra, si è diplomato alla Civica Jazz e da vent’anni campa solo suonando dal vivo.

Andrea Prosperi
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Bolla suona il contrabbasso. Anche il basso, ma il contrabbasso lo sente più suo.

Io di musica suonata, quella con le note, capisco poco. Faccio rap, conosco quel mondo lì e poi mi fermo. Quindi le domande che gli ho fatto sono le domande di uno che non sa ma che vuole capirci. L’ho conosciuto perché, tra le mille cose che fa, Bolla suona pure con un mio amico rapper, Davide Borri. E allora quando l’altro giorno me lo ha presentato mi sono detto sì, lo voglio intervistare.

A me interessava una cosa sola: cosa succede nella testa di un musicista vero che improvvisa. Che a vent’anni ha deciso di iscriversi alla scuola più difficile che c’era, per i motivi più prosaici del mondo, e ventisei anni dopo campa ancora così, il novanta per cento dei soldi dal palco, il resto dettagli.

Ne è venuta fuori una conversazione su cosa vuol dire suonare bene, su Averroè, che lui tiene in bagno, e su tante altre cose.

Buona lettura.

Il mestiere

Di cosa ti occupi nella vita?

Di musica. Suono il contrabbasso, produco, scrivo. Mi occupo di tante cose, ma il modo in cui mi porto a casa da campare è la musica. Solo quella. Non insegno.

E tra le cose che fai, qual è quella che ti fa vivere?

Suonare. Dal vivo. Magari organizzo qualcosa in cui suono, faccio qualche turno in studio, produco. Ma il novanta per cento dei soldi che mi entrano è suonare in giro.

Il punk, l’oratorio, la birra

Cosa suoni, e da dove arrivi?

Contrabbasso e basso. Come genere, tutto ciò che è black music. Arrivo dal jazz, ma al jazz sono arrivato a una certa. Da ragazzino ho iniziato col punk, punk e reggae.

Racconta. Come hai cominciato?

Per caso. Volevamo fare la band con gli amici. Due suonavano già la chitarra, uno faceva la batteria e uno dice «io canto, io canto!». Era rimasto il basso, e ho iniziato a suonare quello. Avevamo sedici anni, era il 2000. Eravamo amici di quartiere, del calcio, dell’oratorio. Il batterista, Pippo, era con me alle medie: adesso è professore di economia all’università. Fai un po' tu.

Perché il punk?

Perché era quel periodo lì. Andavano i NOFX, c’era tutta l’ondata italiana, Punkreas, Vallanzaska, quella cricca. Sei ragazzino, manifestare mi piaceva. Suonavamo sempre, gratis, pagati a birra nei centri sociali. Poi abbiamo fatto un misto di ska punk e abbiamo fatto un botto di date. A gratis.

Come vi chiamavate?

Lastep. L’ultimo passo. Un nome da metallari di merda.

E tu intanto facevi il liceo.

Il classico. Ero bravo. Ho iniziato a suonare e ho iniziato a bocciarmi. Perché pensavo solo a suonare.

La Civica

A un certo punto ti iscrivi alla Civica. Che cos’è?

Era «l’unica accademia che faceva jazz in Italia», perché le cattedre di jazz nei conservatori non c’erano ancora. Io avevo le mani che andavano molto veloci, un po' studiavo già. Faccio il test di ammissione e mi prendono. Lì non c’era nemmeno la cattedra di basso, quindi tutti i bassisti li mandavano dal maestro di contrabbasso, Lucio Terzano. Un grande. Un’estetica incredibile.

Ti ricordi la prima lezione?

Gli davo del lei, avevo diciannove anni. Mi ricordo una cosa che mi ha detto: «Ricordati che la donna che paghi subito è quella che paghi di meno».

Però tu suonavi il basso, punk. Perché a un certo punto decidi di iscriverti alla scuola più difficile che c’è?

Perché volevo suonare nella vita. E molti credono, erroneamente, che se suoni jazz puoi fare tutto. Non è vero, l’ho scoperto dopo: ogni genere ha il suo linguaggio. Però il jazz è difficile, è tecnico, devi studiare. E allora pensavo: se imparo il jazz, posso suonare tutto. Era la cosa più difficile che potevo fare.

E perché volevi diventare musicista?

Minchia, perché bevi gratis, e per le donne. A quell’età lì a cosa pensi? A quello. E poi mi piace stare sul palco, la sensazione del palco mi è sempre piaciuta. Mi ricordo ancora il mio primo concerto. Lo so che è molto prosaico: a diciannove anni non c’era nessuna musa ispiratrice. È bello suonare, bevo gratis, è più facile avere donne, mi danno anche i soldi e mi diverto. Ma ero un teenager. Infatti in quel periodo facevo anche l’università.

E cosa impari, in una scuola così? Cosa ti porti a casa?

Impari dei fondamentali. Anche il mio maestro diceva: non è che esci da qua e sei un jazzman, impari dei fondamentali, poi sta a te. Quello che hai imparato lo usi in giro. Tanta gente che ha iniziato con me, anche più brava di me nelle cose che bisognava imparare, ha smesso. Io sono sempre stato un punkabbestia: andavo in giro a suonare comunque. Certe cose servono fino a un certo punto, altre di più, e se ti fai il culo va meglio. Io non me lo sono fatto troppo, perché sono pigro, mi piace bere e mi piacciono le donne. Ma s’impara a suonare suonando.

Cos’è suonare bene

Per te cos’è suonare bene?

Pippo Inzaghi. Fare le cose giuste nel momento giusto. Soprattutto in una musica improvvisata.

Cosa vuol dire?

Che improvvisare non vuol dire fare quello che ti pare. Improvvisare vuol dire che hai studiato un botto e hai interiorizzato delle cose che poi diventano quasi automazioni. E in certi momenti fai l’automazione giusta, la cosa giusta: sei al posto giusto nel momento giusto.

E come lo capisci?

Lo sente l’orecchio, quindi lo sente il cervello. È un fatto inconscio. Va molto a gusto, e il gusto non lo puoi spiegare a parole.

Il gusto di chi?

Il mio. Non so nemmeno quale sia il gusto bassistico degli altri. Adesso i ragazzini fanno i video stratecnici su Instagram dove slappano di brutto, e per me lo slap è una cafonata da circo. Vabbè, Marcus Miller, ok. Se suono lo faccio per me stesso. È chiaro che voglio un pubblico, è chiaro che mi piace condividere una mia idea di gusto. Ma non assecondare un gusto predominante. Se no facevo un altro lavoro, che mi dava dieci volte quel denaro.

Quindi tu dici: io devo spaccare.

Più che spaccare. Io suono perché sto bene quando suono. Malgrado tu debba mangiarne di merda, i problemi economici, i pagamenti… In passato soprattutto. Poi dopo un po' trovi un minimo di stabilità, ma sai già che domani ti spacchi un dito e non lavori.

Il contrabbasso e i calli

Il passaggio dal basso al contrabbasso, com’è avvenuto?

Il maestro era di contrabbasso, e in aula c’erano mille contrabbassi. C’era un negozio in Missori che faceva l’affitto col riscatto, sessanta euro al mese. Ed è figo, dai: è grosso, ti fai i calli grossi, il suono è imponente. Avevo diciannove anni, pensavo alle donne. È sempre una roba di ego.

Cambia qualcosa da uno strumento all’altro? Come esperienza dico, come emozione, cosa c’è di diverso?

Per me sì. Alla fine ho usato molto di più il contrabbasso, che è più duro: ogni nota la devi pensare di più, ogni nota ha uno sforzo fisico, mentale, di intonazione più grosso. Quindi il contrabbasso lo sento, tra virgolette, più mio. Col basso puoi fare un trilione di note, e mi piace molto suonare anche il basso. Sono accordati uguali, fanno le stesse note, ma per me sono due strumenti totalmente diversi. Se c’è qualcosa in prestito tra uno e l’altro lo prendo e lo butto lì.

Perché lo senti più tuo?

Perché mi piace sentire i calli che mi pulsano quando ho suonato.

Cioè ti fanno male?

Mi danno soddisfazione. Sentire i calli che sono duri. Quando vado a suonare tanto, la sera a letto sento il battito cardiaco pulsare nei calli. Non c’è un concetto traducibile in parole, dietro. È anche mentale, ma non te lo posso tradurre: mi piace sentire questa cosa. È il motivo per cui suono tanto in giro. Se non ho niente da fare prendo anche date di merda, me le faccio. Voglio suonare. Ne ho bisogno fisicamente.

La filosofia

Hai detto che facevi l’università. Ti sei laureato?

Sì, in filosofia. Tesi su Jung. Poi mi sono strippato con quelle robe lì. Ho smesso di studiare, la vita ha cambiato le passioni, ma non ho mai smesso, a tutt’oggi.

Che rapporto c’è tra la musica e la filosofia? Nietzsche diceva che una vita senza musica non vale la pena di essere vissuta.

Stiamo parlando dell’ultimo Nietzsche, quello che parlava del ballo. Era un po' sifilitico, faceva aforismi mezzi mistici. E c’è un pensiero dietro, da una persona che ha avuto anche un periodo fottutamente illuminista in cui ha distrutto il cristianesimo. Il pensiero di Nietzsche cambia tanto. Ma poi, cosa si può dire sulla musica? Che la musica si ascolta. Secondo me bisogna sempre ricordare che la musica è un fatto sociale: tu la fai e qualcuno ti ascolta, con tutte le implicazioni del caso. È bella per te, e per un maori della Nuova Zelanda precoloniale non vuol dire niente, ed è reciproco.

E poi una volta ti pagavano i preti e i principi, adesso ti paga il capitalismo. È un lavoro in cui non produci niente di vendibile, quindi se vuoi fare questo mestiere devi stare più o meno aggrappato a quelli che comandano. Da Mozart in giù lo hanno fatto tutti. Qualcuno ha mandato a quel paese qualcuno, ma le logiche predominanti le devi seguire in un modo o nell’altro. Farne della filosofia sopra è un gioco, un gioco dialettico.

Però sono due passioni. Il legame qual è?

La filosofia, secondo me, è una forma d’arte. Ed è la forma d’arte più raffinata, perché al posto dei pennelli o delle note usi concetti. È così raffinata che ci credi pure. Il punto di partenza l’hai deciso in maniera arbitraria, e da lì costruisci castelli. Hegel, castelli. E quando cercano di fare cose utili per la società con la filosofia, secondo me non hanno capito niente: Platone, quando le sue teorie politiche sono state applicate, è stato un disastro. Kant? Che due coglioni. È solo noia, tranne il sublime: bello il concetto, e l’hai creato tu. È bravo, eh, bravo.

Hai un filosofo preferito?

In bagno c’è uno dei miei preferiti, il più contorto di tutti: Averroè. Quello che ha portato l’aristotelismo in Europa, spagnolo, arabo.

Se non avessi suonato, cosa avresti fatto?

Forse avrei portato avanti la filosofia. Provavo a fare il critico d’arte, a scrivere. Avrei curato una mostra. All’inizio mi ero tenuto aperte le due porte. Scrivevo le mie seghe mentali per una rivista che mi dava carta bianca, si chiamava Kritica, con la K, era di un mio prof. Il primo articolo era la recensione di un’artista digitale. Poi ne ho fatto uno che si chiamava «Che cos’è la filosofia?».

E cos’è?

Non c’è una risposta. Ogni filosofo, avendo punti di partenza diversi, ti dà un concetto diverso della filosofia. Hume, Popper, Wittgenstein che è solo linguaggio, Marx che ci mette dentro un’economia con un po' di Hegel rivisto e un po' di Kant rivisto. Vai a vedere tutti quanti e arrivi ai mistici: Kierkegaard, alla fine, è un mistico. È un discorso di cultura europea, quella che chiamiamo occidentale. Poi da Schopenhauer in poi entrano cose che vengono dal continente indiano, nuovi metodi. Alla fine è un calderone. Globalizzandosi il mondo si è globalizzata anche quella.

Il nome

Mi ripeti la storia del nome?

Fumavo le canne. Andavo a fumare a Chiasso coi miei amici, perché lì era legale: uscivi dalla stazione, facevi duecento metri e c’erano tre negozi. Ci ammazzavamo di canne. Una volta un mio amico mi fa: «mi sembri una bolla, sei una bolla! Sei una bolla!». Dal giorno dopo, a scuola, «Bolla, Bolla». Tutto qua. Bolla Trio è quando suono. Ma io sono Bolla. La mia ragazza mi chiama Bolla.

Cosa non gli piace

Cos’è che non ti piace, della musica?

Tanta roba. Non mi piace dividere in generi: lo trovo una stupidata, dettata dal fatto che dovevano catalogare i dischi per venderli. Ormai c’è così tanta musica in giro che non ha più senso.

Non mi piace inseguire le tendenze. Ho lavorato con produttori anche grossi, «prendiamo la Billboard top 20 e facciamo il parruccone di uno». Quando è finalizzata solo a fare il mestieraccio, per carità, niente di male. Però ci sono produttori che hanno preso i platini e secondo me hanno lo spessore di uno che fa il playback nel liscio. Anzi, quello del liscio almeno sa fare il playback.

Anche quando si suonava per i preti e i principi ci sarà stato qualche stronzo che non è passato alla storia.

Certo, ma anche nella classica c’erano mode, tendenze, sperimentazioni. I tempi li prendevano dalle danze popolari, da quando nel paesino di contadini analfabeti facevano le processioni. C’è sempre stata una parte più colta, studiata, pagata dai potenti di turno, e un lato popolare che influenzava il mainstream.

E poi non mi piace il classismo nella musica. Alcuni esponenti della musica colta tendono a essere classisti, in maniera totalmente aleatoria e autoreferenziale. Non mi piace la superficialità. Però nella vita ogni tanto siamo tutti superficiali, me compreso, quindi non ho nemmeno voglia di rompere le scatole agli altri.

Scrivere, produrre

Oltre a suonare, produci.

Sì. Ho fatto un botto di drum and bass, col computer, con le macchine, mille robe. E mi piace produrre: scrivo tanto, gli arrangiamenti, le voci, i fiati. Anche su commissione, le pubblicità, le cose che ti pagano bene. È appagante lo stesso, è bello, mi piace.

E quando scrivi una cosa per te, come nasce?

Fischietto nel telefono. Nelle note vocali. Quando cammino. Mi arriva, me la fischio, e poi ci metto le mani: a volte sono al basso, «mi piace questa linea, costruiamo qualcosa», a volte al piano. Ma principalmente fischiettando. Non ho un punto di partenza fisso, è sempre diverso, ed è bello anche quello. Viene la melodia, poi il giro d’accordi, poi è bello mettersi lì con la testa a fare l’arrangiamento, gli accordi, le tensioni.

E come capisci che una cosa è buona?

Mi viene in testa l’arrangiamento, vado a registrare, lo suonano gli altri, e lì capisco.

Il disco nuovo?

Non è ancora uscito. Sono tutti suonati dal vivo tranne uno. Uno l’ho fatto con sei fiati, con un trombettista. In passato ho scritto anche i testi, in inglese soprattutto.

È jazz?

Per rispetto dei jazzisti puri, no, non lo definisco jazz. Se no viene fuori una roba infinita su cos’è il jazz e cosa non lo è. Diciamo che non lo è, così siamo nel rispetto di chi fa le frasi di Parker, l’hard bop, quelle cose lì. Prende qualcosa da quel contesto, prende da quello che mi piace. Il genere, te l’ho detto, non mi interessa.

La tua giornata

La tua giornata tipo?

È sempre diversa. L’unica costante è che mi sveglio e porto mio figlio all’asilo, oppure nel weekend mi sveglio e gioco con mio figlio. Poi a volte non ho niente da fare, a volte ho mille cose: andare in studio, ascoltare pezzi da tirar giù, fare chiamate, appuntamenti.

E la giornata ideale?

Cento milioni di euro sul conto. Tutto il resto sono dettagli.

A parte le cazzate.

No, a me piace suonare e lavorare. Mi basta stare tutti i giorni a fare cose. La giornata ideale è questa: gioco con mio figlio, lo porto all’asilo, ho un mega studio, tutti i miei musicisti, stiamo tutto il giorno a scrivere, registrare e produrre, poi a una certa si va in tour. Tour da cento milioni di euro, però. Con lo chef stellato che mi segue.

Sono uscito da questa conversazione con una frase in testa. Improvvisare non vuol dire fare quello che ti pare: vuol dire aver studiato così tanto che le cose diventano automatiche, e poi fare quella giusta nel momento giusto. È la descrizione più precisa che abbia sentito di quello che succede quando la testa smette di comandare e il corpo sa già cosa fare.

Bolla non la chiamerebbe mai presenza. La chiama calli.

P.S. (4 ottobre 2026) Del musicista che sta sempre a corte, apocalittico e integrato insieme, ho riparlato con Christian Ruggiero, che insegna Sociologia del giornalismo alla Sapienza: Il falso, l’AI e il potere. Cosa resta del giornalismo? Intervista a Christian Ruggiero (4 ottobre 2026).

Chi è Bolla

Niccolò Bonavita, milanese, classe 1984, contrabbassista, bassista, compositore e produttore. Diplomato alla Civica Jazz di Milano (oggi Civica Scuola di Musica Claudio Abbado) con Lucio Terzano, laureato in filosofia con una tesi su Jung.

Guida il Bolla Trio, attivo dal 2007 tra funk, hip hop, jazz e soul, con concerti in festival e club in Italia e in Europa e collaborazioni con Giulietta, Davide Shorty, Tonino Carotone, Mr. T-Bone e Francesco Piu. Dischi: «So Fat» (2016, Maninalto! Records), undici brani tra jazz, swing, funk, drum and bass, reggae e hip hop, e l’EP «A gamba tesa» (2022). Un nuovo disco, quasi tutto suonato dal vivo, è in arrivo.

Nella primavera del 2020, con i locali chiusi, ha fatto il rider per Glovo e Deliveroo a Milano, e lo ha raccontato a Dissapore: «I rider sono gli ultimi degli ultimi».

Lo trovate su Spotify e su Instagram, @bollatrio.

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Andrea Prosperi

Andrea Prosperi

Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».