Meta non è morta. Ma i suoi ingegneri hanno smesso di creare
Il post virale parla di un’azienda finita: 8.000 licenziamenti, ingegneri in rivolta, perfino una lapide — «2004-2026». La storia vera è meno spettacolare e più interessante: alla frontiera dell’intelligenza artificiale, chi la costruisce è stato trasformato nel suo controllore.
Nelle ultime settimane vi sarà probabilmente passato davanti un post sulla «fine di Meta». Ricapitolava una serie di eventi veri — licenziamenti, proteste, dietrofront — impacchettati per farvi cliccare. Ma la verità è che Meta non sta finendo affatto. Quello che sta succedendo dentro Meta, però, merita di essere capito.
I fatti, in ordine
A maggio Meta licenzia circa 8.000 persone, un dipendente su dieci. Nello stesso giro di ristrutturazione, altri 7.000 ingegneri vengono spostati d'ufficio — senza possibilità di scelta — dalle loro squadre a una nuova divisione interna che arriverà a contare circa 6.500 persone, dedicata all'addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Da alcuni team chiave viene prelevato il 30-50% degli ingegneri.
La reazione non si fa attendere. Il morale precipita — «probabilmente il peggiore di sempre», ammetterà poi Andrew Bosworth, Chief Technology Officer di Meta, paragonando la crisi allo scandalo Cambridge Analytica. Come se ciò non bastasse, a giugno un ingegnere esplode in diretta durante una presentazione interna; la stampa di settore racconta la rivolta nell'unità che i dipendenti stessi hanno soprannominato «il gulag».
Ultimo tassello. Il 12 giugno l'amministratore delegato Mark Zuckerberg scrive in un memo interno, autenticato da Reuters, che l'azienda «ha fatto errori e quasi certamente ne farà altri». Seguono due concessioni: le riassegnazioni forzate diventano volontarie — chi vuole può tornare alla sua squadra — e la promessa che non ci saranno altri licenziamenti generalizzati nel 2026. Gli 8.000 posti tagliati, però, restano tagliati.
Perché l'ha fatto: le due giustificazioni
La prima è quella pubblica: l'AI ci rende più produttivi, quindi serve meno personale. La seconda è nei numeri di bilancio: Meta spenderà nel 2026 fino a 145 miliardi di dollari in data center, server e chip. Quella spesa non pesa subito sui conti — si ammortizza, cioè si spalma su più anni — ma dal 2027 scaricherà sui bilanci circa 26 miliardi l'anno. Tagliare 8.000 stipendi libera appena 2,4 miliardi: non ripaga l'infrastruttura, però serve a mostrare ai mercati disciplina sui costi mentre il capitale migra dal lavoro umano alle macchine.
E a questo punto bisogna sgomberare il campo da una storia che ha fatto molto rumore. In primavera un dipendente aveva creato una classifica interna, «Claudeonomics», che ordinava gli 85.000 dipendenti per consumo di intelligenza artificiale — misurato in token, le unità di calcolo con cui si paga l'uso di questi sistemi. Siccome le valutazioni di carriera premiavano chi lavorava con l'AI, in un mese i consumi sono esplosi: molti lasciavano gli agenti AI a girare a vuoto solo per scalare la classifica (!) Bene. La versione virale — «la spesa in token è sfuggita di mano e Meta ha licenziato per ripagarla» — è una fake news. Parliamo di ordini di grandezza incomparabili. Ma l'episodio una cosa vera la dice: la produttività era effettivamente misurata anche in base a quanto i dipendenti usano l'AI… ma quella classifica non era in nessun modo uno strumento di valutazione.
Il punto vero: da creatori a controllori
Quindi, al di là del motivo dei tagli, concentriamoci su un altro aspetto importante: cosa facevano, concretamente, gli ingegneri riassegnati? Tre cose: inventare problemi di programmazione abbastanza difficili da mettere in crisi i modelli; risolverli nel modo migliore, perché la macchina impari dall'esempio; e valutare il codice scritto dall'AI, giudizio dopo giudizio. In gergo si chiama RLHF — addestramento tramite feedback umano.
Il paradosso è che questo lavoro può farlo solo chi è più bravo del modello: i dati facili sono finiti, e per spingere l'AI oltre il suo livello serve il giudizio di esperti veri. Per questo Meta ci ha messo i suoi ingegneri migliori e non i valutatori a cottimo di Scale AI, l'azienda specializzata in etichettatura dati di cui ha comprato metà quota un anno fa.
Ma è anche un lavoro in cui non costruisci niente. Nessun prodotto, nessun progetto, nessun utente: il tuo output sparisce, anonimo, dentro la pipeline di addestramento. Le testimonianze raccolte dal Pragmatic Engineer di Gergely Orosz, la fonte più accreditata su questa vicenda, lo descrivono come «un lavoro che spegne l'anima». Ed è qui la sostanza distopica della storia, molto più della lapide inventata: l'essere umano smette di essere creatore e diventa controllore della macchina — funzionale alla macchina, e non viceversa. Con la beffa finale: il modello che nutri è quello destinato a fare fuori il tuo lavoro.
Gli ingegneri si sono opposti, e in parte hanno vinto: hanno riconquistato la scelta. Ma è una vittoria a metà — la dignità sì, i posti no. Restano essenziali, e restano di meno.
Il conto che nessuno ha ancora fatto
Proviamo ora ad allargare la nostra riflessione. A oggi quello che si vede è chiaro. Si vedono gli investimenti: centinaia di miliardi in data center e chip, 145 solo da Meta nel 2026. Si vede l'automazione, che avanza mansione dopo mansione. Si vedono i tagli già fatti: quasi un milione di posti nel solo settore tecnologico dal 2020 a oggi. E si vedono quelli prefigurati: Goldman Sachs stima 300 milioni di posti esposti all'automazione generativa, McKinsey arriva a 800 milioni entro il 2030, il World Economic Forum registra che quattro datori di lavoro su dieci prevedono di ridurre il personale dove l'AI può automatizzare.
Infine, si vede un'ultima cosa: la ricchezza generata da questa corsa si sta concentrando — in poche aziende, che valgono da sole quanto il PIL di intere nazioni, e in poche persone ai loro vertici.
Quello che invece non si vede, ancora, è la ricaduta: il valore economico e occupazionale che tutta questa innovazione dovrebbe restituire alle persone. Alle persone dentro le aziende, che a Menlo Park abbiamo visto licenziate o demansionate proprio mentre la scommessa raddoppiava. E alle persone fuori, che per ora di questa rivoluzione vedono i costi e attendono i benefici.
Ed è questa la domanda che io mi porterei via, molto più della lapide inventata di un post virale. Se perfino gli ingegneri migliori del mondo — la punta di diamante, quelli che l'innovazione la fabbricano con le proprie mani — vengono trattati in quel modo, per chi sta lavorando davvero questa innovazione?
Sembrerebbe una sorta di guerra a colpi di innovazione tra poche grandi aziende, una guerra in cui, come in tutte le guerre, il conto lo pagano sempre gli «altri». Finché il conto per la collettività rimane in rosso, chiamare questa guerra progresso è una promessa. Speriamo che la promessa si trasformi presto in un fatto.
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Andrea Prosperi
Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».










