Il falso, l’AI e il potere. Cosa resta del giornalismo? Intervista a Christian Ruggiero
Insegna Sociologia del giornalismo alla Sapienza e ha appena curato il rapporto sullo stato della professione in Italia. Gli ho chiesto cosa succede quando l'intelligenza artificiale entra in redazione, e perché Wired Italia ha chiuso. E poi una cosa che fa ancora più paura: chi può comprarsi la prima notizia del TG1?
Christian Ruggiero lo conosco da quando eravamo studenti di Scienze della Comunicazione, alla Sapienza. Lui ci è rimasto e ne è diventato professore, io sono andato a Milano a fare il manager. Oggi è professore associato e insegna Sociologia del giornalismo, coordina l’Osservatorio Mediamonitor Politica e ha appena curato il rapporto «Lo stato del giornalismo italiano».
Lo volevo intervistare per un motivo preciso. In questo Magazine faccio un esperimento: ho creato un radar editoriale quotidiano con l’intelligenza artificiale, che ogni giorno mi fa la rassegna stampa su alcune categorie tematiche per me rilevanti. Poi io scelgo la notizia da pubblicare, gli do il brief, leggo la bozza che l’AI mi fa, e poi la riscrivo. Senza quel supporto non potrei farlo, con questo ritmo. Dovrei dedicarci più tempo di quello che ho. Ma più lo faccio, più mi chiedo dove finisca lo strumento e dove cominci il mestiere. E chi mi può aiutare meglio a capire questa cosa di uno che il giornalismo lo studia da vent’anni?
Abbiamo parlato un’ora in romanesco. Quello che dovevo tagliare l’ho tagliato (!), il resto l’ho tradotto.
Buon divertimento.
La materia
Tu ti occupi di sociologia del giornalismo. In pratica, che cos’è?
Storicamente il giornalismo si insegnava a Lettere: da piccolo ti dicevano «sei bravo a scrivere, fai Lettere e diventi giornalista». Ma il punto non è saper scrivere, e infatti noi quello non lo insegniamo. Il giornalismo è rappresentazione del mondo. Come racconti il mondo incide su come il mondo diventa agli occhi di chi ti legge e ti guarda. Quindi ha a che fare con la rappresentazione sociale, con come cambia la percezione delle cose. Sta tutto dentro le scienze della comunicazione, ma con un pezzo più sociologico: le scienze della comunicazione a un certo punto si buttano sulla dimensione tecnica, le piattaforme, più il canale che il contenuto. Sociologia del giornalismo, invece, dice che il radicamento è nella sociologia e che l’oggetto è il giornalismo.
Fammi un esempio di teoria. Un’ipotesi rappresentativa.
Non è proprio una teoria, è una cosa che viene usata di continuo: il bias di conferma, che sta alla base del discorso giornalistico. Segui le testate che più ti rappresentano.
Poi ci sono cose più tecniche. Se succedono due eventi abbastanza simili, il giornalismo tende a tirare una riga tra l’uno e l’altro e a collegarli, per dare un senso. Ci pensavo l’altra volta, in una trasmissione in cui ero ospite, mentre si parlava del rapimento di una ragazza, che è stato subito collegato al caso Orlandi. Ero lì in mezzo a gente che parlava di depistaggi e ho detto: ragazzi, è normale che il giornalismo unisca le cose, deve dare un senso, e se due cose sono avvenute insieme è facile che vengano messe insieme. Dopodiché magari hanno preso una toppa e non è vero niente. Cioè magari quel collegamento non c’è.
Mi viene in mente un esperimento di psicologia sociale sugli stereotipi: sei su un autobus, c’è una persona di colore e avviene un furto, e tu associ le due cose. Non solo per uno stereotipo culturale, ma perché sono due elementi singolari che catturano l’attenzione. E tu li colleghi. È un fatto cognitivo.
Certo. Uno dei testi classici, sia del giornalismo che della scienza politica, è Public Opinion di Lippmann. Lippmann faceva il politologo, faceva il giornalista, e faceva il consulente per la comunicazione dell’esercito americano… Sugli stereotipi ci ha giocato parecchio, anche su come far passare la guerra per migliore di com’era. Tanto gli americani com’era fatto un tedesco o un francese non ce l’avevano ben chiaro. Più di recente diventa l’insistere su determinate paure: sono vent’anni che è l’immigrato che ruba. Il capro espiatorio l’hanno coniato un bel po’ di tempo fa, ma il giornalismo ci va a nozze.
Habermas, Eco e i labirinti
È un po’ l’unione di una technicality, come costruisci la notizia per dare un senso alle cose, con alcune dinamiche cognitive che sono vecchie come l’uomo. Ma cambiamo per un attimo argomento. Com’è nata la tua professione? Quando c’è stato il click? E quanto c’è di caso nel fatto che ora sei qui, rispetto al tuo desiderio di diventare un professore di sociologia del giornalismo?
Il caso è nell’ingresso. La prima idea era Lettere, poi ho pensato «mi sembra tutto e niente». Sociologia era interessante, e all’epoca Comunicazione stava nella stessa facoltà, era molto simile, solo che invece di quattro anni erano cinque. Stessi esami, un anno in più! Mi sono detto: e che sono scemo? Me la prendo con calma! Quindi sono entrato puramente a caso.
Poi, il primo semestre del primo anno, seguii il corso di Istituzioni di sociologia di Sandro Bernardini. La teoria te la faceva l’assistente. Lui si dedicava al monografico su Storia e critica dell’opinione pubblica di Habermas, e te lo leggeva in aula, e poi lo commentavamo insieme. Ho pensato: ah, figo, voglio fare questo. L’anno dopo mi hanno chiesto di collaborare con una cattedra, quella di Luciano Russi, che allora insegnava Teoria delle comunicazioni. È cominciata così.
Sì, ma com’è scattata la molla che ti ha fatto dire «voglio fare questa cosa, voglio essere io al suo posto»? Cos’è che ti ha spinto?
Era una delle prime lezioni universitarie vere. Non c’era quello che spiegava alla platea, che era uguale al liceo. A me piaceva provare ad attualizzare quelle teorie. Volevo metterle alla prova. A un certo punto Habermas arrivava a dire che la televisione era tutta monnezza, e io provavo a controargomentare, non ero del tutto d’accordo! (ride)
«Che ne pensate? Come la vedete?» chiedeva a noi studenti. Quello era carino, c’era lo scambio. Era questo quello che mi piaceva.
Se mi ricordo bene tu hai fatto la tesi su Umberto Eco. Da quello che dici intuisco che il tuo approccio, per usare la sua definizione ormai inflazionata, sta un po’ tra l’apocalittico e l’integrato. Come ti definiresti oggi?
Quello era l’approccio figo di Eco: ti faceva il ritratto dell’apocalittico e dell’integrato per prendere in giro tutti e due. Lui stesso saltellava tra l’uno e l’altro. Il grande peccato è che adesso la gente associa Eco a quella cosa che gli scappò da vecchio su internet, la legione di imbecilli. Eco non era solo quello. Era uno che ti faceva ragionare sulle cose e le estremizzava per farti capire che le cose non sono né bianche né nere. E così anche la distinzione tra apocalittici e integrati.
Un paio di settimane fa ho intervistato un contrabbassista jazz laureato in filosofia, Bolla, che mi ha detto una cosa simile: in tutte le epoche i musicisti, che spesso sono controcorrente, dipendono dai potenti. Alla corte del Papa, dei nobili, degli imperatori… Insomma, anche chi è controcorrente viene sempre a patti con il potere, e questa cosa la sa benissimo. Il giullare, per esempio, è proprio la figura che più di tutti è apocalittico e integrato al tempo stesso. No?
Era come Pasolini che andava in televisione per spiegare quanto la televisione fosse fascista. Se non ci andavi avevi perso l’occasione di spiegarlo, e quindi ci andavi e dicevi quant’era brutto stare in televisione, stando in televisione. Che è una cosa magnifica.
Eco poi scrisse anche la «potenza del falso». Cosa diceva, andando al nocciolo? Ripeti, ripeti… diventa vero?
Non proprio. Il tema del falso gli piaceva da sempre, è una rielaborazione di quanto aveva già sviluppato negli anni Ottanta. La cosa più bella che ha fatto sul falso è un romanzo: Il pendolo di Foucault, che è tutto sui complotti. Il complotto diventa vero, sì, ma non tanto perché l’hai ripetuto tante volte. Perché fa comodo, perché può essere consolatorio, e perché è una bella storia da leggere. Magari dietro non c’è niente, o c’è una cosa che non penseresti mai legata a un complotto. E invece…
È vero. Del Pendolo mi ha sempre colpito questa parabola tragica: dei giovani materialisti inventano per gioco una storia di complotti intrisa di misticismo e alla fine scoprono quanto la storia che hanno inventato è vera. Talmente vera che alla fine vengono tutti uccisi dai «cattivi» che (erroneamente) credevano di essersi inventati.
Perché quello è il rischio del falso: che il cerchio si chiuda, e quello che pensavi falso ti torni in casa dall’altro lato della medaglia. A Eco piacevano i labirinti, non c’è niente da fare. E i labirinti sono bellissimi.
Ma nei labirinti ci si perde davvero.
Non ci devi andare da solo, sennò è la volta che ti perdi. Pensa al Nome della rosa, quando si dividono e Adso va nel panico, e Guglielmo gli fa ritrovare la strada nel modo più semplice del mondo: «segui la mia voce», «vedi la luce della mia lampada?». Le cose più banali.
L’intelligenza artificiale e la notizia che non c’è
Cambiamo argomento, ma poi neanche tanto… intelligenza artificiale e giornalismo. Cosa succede?
Succede una cosa che banalmente fa vedere i limiti di dove è arrivato il sistema. Se intendiamo il giornalismo nel senso classico, vai nel posto, indaga, scopri, parla con la gente, l’intelligenza artificiale non lo può fare. La domanda è quanto il giornalismo sia ancora «vai nel posto e parla con la gente» e quanto, per tutta una serie di motivi, sia diventato scopiazzare dalle fonti già in giro. Se si tratta di scopiazzare dalle fonti già in giro, è chiaro che l’intelligenza artificiale è più brava di te, lo fa prima e non ha problemi.
Nei mesi scorsi ha chiuso Wired Italia. Quella che avrebbe dovuto essere l’avanguardia dell’intersezione tra giornalismo e tecnologia fa una scelta così. Cosa significa?
Che farlo bene costa, uno. E due, non ha più il ritorno di una volta. Meno riconosci che quello che ti scrive Wired ha più senso del riassuntino che ti fa Google quando gli fai una domanda, meno è sostenibile portare avanti Wired, perché non lo compri più. E immagino che a un certo punto anche il redattore di Wired si sia stufato: perché devo parlare con gente che mi dice che non è vero perché Google dice che non è vero? Dovrei spiegargli che non dovrebbe fidarsi di Google. Se ci mettiamo sullo stesso piano, ciao, abbiamo perso.
Questo tema mi interessa molto. Gli apocalittici dicono: non si investe. Può anche essere vero. Ma in un mercato dove la tecnologia abbatte i costi, se il tuo concorrente diventa più efficiente di te, non puoi non seguirlo. La mia domanda però è un’altra: c’è anche un tema di creatività, di capacità di fare il giornalista? Le informazioni sono la cosa più disponibile del mondo. Proprio dove c’è questa entropia, un filtro, un gatekeeper, cioè il ruolo del giornalista, non diventa più rilevante?
Se fosse un filtro avresti ragione. Il problema è quando le produce. A quel punto hai un sacco di informazioni ma non hai più nemmeno la notizia, che dovrebbe essere una cosa nuova. L’intelligenza artificiale la cosa nuova non la può fare, perché rumina quello che già ha.
E poi c’è la struttura dei costi, come dicevi. Ma quella vale quando entra il computer in redazione: non puoi più lavorare con la macchina da scrivere e la carta carbone, se rifiuti una cosa che fa lo stesso lavoro prima e meglio ti meriti di fallire, e infatti certi sono falliti. Vale per i social: se ti muovi come se non esistessero non ti segue più nessuno. Ma se decidi di non andarci, dillo, spiega perché, fai l’alternativa.
Con l’intelligenza artificiale è diverso, perché diventa un altro giornalista, un altro che produce. E lì le scelte sono due. Se pensi, come certi editori, di campare solo di intelligenza artificiale, sei matto: le macchine da sole fanno il copia e incolla, come quei siti che facevano solo quello. Se invece vuoi fare un’operazione giornalistica, devi fare una cosa sindacalmente complicata: non assumere un cristiano ma, tra virgolette, assumere la macchina. Metterla in redazione, farla lavorare con gli altri giornalisti e controllare quello che scrive come controlleresti quello che scrive un giornalista. Sennò è finita.
Io mi sono costruito con Claude un radar editoriale su quattro o cinque categorie che mi interessano. Quando lo faccio girare mi fa una rassegna stampa globale sui temi che mi interessano, io scelgo la notizia, gli do il brief, lui mi fa una bozza, io leggo, riscrivo, e pubblico. Senza questo non potrei farlo, sarebbe un processo troppo lungo. Però, nonostante io sia uno che fa tremila controlli perché vado ogni volta a verificare tutto, ho il timore che mi manchi la volontà di approfondire davvero.
È quello che dicevo. Se il giornalismo lo vuoi fare davvero, cioè banalmente incrociare due fonti e provare a verificare, lo fai tu, e lo fai meglio di Claude. Se devi fare il patchwork di quello che è già stato scritto da altri, quello, di base, non è giornalismo. Ce lo siamo fatto passare per giornalismo in tanti casi, ma non lo è. E funziona solo perché esiste il giornalismo vero: se quel bacino si esaurisse, Claude resterebbe a guardarsi in faccia da solo. E magari si farebbe pure paura.
Ecco, allora, parliamo del giornalismo «vero». Qual è il suo stato di salute?
Non sta granché bene. Ma non sta bene da un pezzo, ci abbiamo fatto il callo: è uno che sta male da un sacco di tempo e continua ad andare avanti. Sta un po’ bene e un po’ male. Le grandi testate continuano a fare un certo lavoro. Ma pensa ai generi: la cosa che si fa di meno è l’inchiesta, ed è esattamente quella che non puoi fare se non con una persona che va a scavare e tira fuori un’informazione che non è disponibile.
E pensa alle interviste. Ho visto il giochino di Walter Veltroni di farsi intervistare dall’intelligenza artificiale, ma sono giochini. La Fagnani è brava a fare un certo tipo di intervista, e Claude non la farebbe così. Come non farebbe le interviste di Minoli di una volta. Puoi dire che uno fa il giornalista e l’altra l’intrattenitrice, ma il formato è quello: ci devi mettere anima, carisma, personalità.
È l’esperienza che dai a chi fruisce della tua notizia. Quando diventa unica, è rilevante. La Fagnani vale perché è lei. C’è una componente umana, anche nel giornalismo, quello fatto bene, che per me è imprescindibile.
Buoni, cattivi, e chi si compra il TG1
Veniamo ora al rapporto tra giornalismo e potere. Potere politico e potere economico. Prendiamo la guerra in Iran iniziata a fine febbraio di quest’anno. Parlo dell’informazione mainstream italiana. Da quello che ho capito cercando di informarmi, oltre allo stretto di Hormuz che prima era libero e poi non lo è stato più, l’Iran ha danneggiato in modo rilevante le basi americane e alleate dell’area. Non sono uno stratega, ma, sostanzialmente, ad oggi, gli USA stanno perdendo la guerra. Mi sarei aspettato una rappresentazione che si avvicinasse almeno un minimo alla realtà delle cose, e invece no. Il coro dei media mainstream, almeno nel nostro paese, rimuove quasi del tutto questo elemento decisivo.
È una storia vecchia. Ti ricordo il promo di Samarcanda di Santoro, sarà stato il ’92: la gente per strada che diceva «sulla guerra in Iraq non ci dicono tutto, ci dicono meno di quello che è». Quindi sì, è vero, e c’è da un po’ questa cosa. Banalmente perché è complicato. È tanto complicato. Esce il video di quello che spiega al presidente israeliano come ha salvato l’aereo da solo: è vero? Non è vero? Da una parte è la testimonianza dal vivo, l’eroe del giorno, bella storia perfettamente impacchettata. Dall’altra è pure troppo perfettamente impacchettata.
Però, perdonami, torno su un punto, e forse mi fisso. Allo stato delle cose gli Stati Uniti sono stati, di fatto, sconfitti. Poi magari le cose cambieranno. Però al momento hanno perso. Tutto questo non viene rappresentato in maniera chiara, e a me, come cittadino, preoccupa.
Il motivo è banale. Abbiamo deciso tutti che gli iraniani sono i cattivi, e non possiamo dire che hanno vinto i cattivi. Non potendo dirlo, nicchiamo. Aspettiamo che arrivi la cavalleria, perché il mondo deve essere sempre diviso in buoni e cattivi, sennò è troppo complicato. E i buoni, almeno in questo caso, restano gli americani. Fino a quando lo saranno è un altro tema. Forse gli iraniani sono peggio. Non lo so… non li conosco molto bene!
Non so… forse vent’anni fa ci percepivamo più informati di oggi?
Sì, perché è cambiato il denominatore. Allora eri informato se leggevi un giornale, e i giornali erano dieci. Adesso l’informazione è una cosa infinita, diamo per scontato che non si riesca a essere davvero informati, e nemmeno ad avere il riassunto delle cose importanti. Da una parte è bello: non puoi più dire che l’agenda la fanno i telegiornali, perché alla gente non frega di quello che il TG1 mette al primo posto. Però vuol dire che hai perso quella controllabilità del tavolo da gioco che avevi quando contava davvero cosa apriva il TG1. È il paradosso della libertà: ce la siamo presa, la libertà di informazione, ma gestirla è molto complicato.
E aggiungo. Ce la siamo presa in un contesto in cui le piattaforme decidono: il network sono io, se clicco «mi piace» addestro l’algoritmo, me lo gestisco. Piano piano si va verso una logica in cui l’algoritmo va a farsi i fatti suoi, molto più di quanto vorrebbe l’utente. Tra un po’ torniamo all’algoritmo che fa la prima notizia del TG1, e lì siamo inguaiati. Perché al TG1, una volta, almeno c’erano tanti politici che si scannavano e alla fine usciva una cosa. Qui è un signore che si sveglia la mattina e decide «vabbè, sai che c’è? Oggi la notizia di apertura è questa…».
Mi hai anticipato. L’algoritmo non è neutrale.
Mai stato.
Uno può pensare che sia orientato alla performance economica: più clicchi più ti fa vedere cose di quel tipo. Già questo sarebbe un problema, perché costruisce un circuito dell’attenzione guidato dal pensiero veloce, quello legato alla paura e alla rabbia. Ma c’è un altro elemento, forse più preoccupante: gli algoritmi possono essere direzionati, per dare più o meno visibilità a determinati argomenti. E noi che cosa ne sappiamo di come vengono direzionati? Niente, è una black box.
Sì, e poi c’è anche un’altra cosa da considerare. Noi non sapevamo nemmeno come si costruiva la scaletta del TG1. Però una cosa la sapevamo: non c’era nessuno abbastanza ricco da presentarsi al TG1 con un sacco di soldi in mano, come Zio Paperone, e dire «questi sono i soldi, adesso me la fai come dico io». Serviva passare dal Parlamento, ci voleva tempo, vent’anni. Adesso prendi la lista di Forbes dei dieci più ricchi di oggi, che sono molto più ricchi di quelli di vent’anni fa… e su questo Marx ci aveva visto bene… uno di questi Paperoni ha abbastanza soldi per comprarsi il TG1, la Rai, in un sol boccone. Ecco, questo mi fa più paura di tutti i populisti messi insieme. Per i populisti, prima o poi troviamo una soluzione… per i Paperoni, invece, è più complicato.
C’è una disparità di potere economico che non ha uguali.
E un potere economico ingiustificato. Il potere politico alla fine viene votato da qualcuno. Ma quello economico? È diverso. Per come siamo stati educati, sembra quasi che si giustifichi da sé: se è ricco è stato bravo, si è fatto i sacrifici, è un genio, allora se lo merita. Ni. Forse anche sì, ma c’è un limite oltre il quale, per quanto tu sia bravo e geniale, non puoi andare.
Qual è il limite?
Comprarsi la prima notizia del TG1. Puoi accumulare i soldi quanto ti pare, ma c’è un limite a quello che puoi spendere per fare i fatti tuoi. C’è un limite alla gente che puoi comprare, non perché la gente non si faccia comprare, ma perché a un certo punto non è giusto. Se sei la banca del Monopoli, gli altri giocatori non hanno speranze.
Non è giusto… o meglio: non «dovrebbe» essere giusto (!). E comunque, a complicare le cose c’è il fatto che la politica, un po’ ovunque, da decenni è sempre meno finanziata dal pubblico, no?
Vero, però pensa per esempio alla politica americana, che dal pubblico non è mai stata finanziata. Finché ho dieci finanziatori e non devo far arrabbiare nessuno dei dieci, nell’equilibrio tra loro non ce n’è mai uno che decide da solo. Se domani Bezos decide da solo di fare la campagna dei Repubblicani, la fa da solo: è la campagna di Bezos, punto. Non del petroliere e di quello delle armi, i cui interessi, per quanto discutibili, hanno un punto in cui uno non deve prevalere sull’altro. Le Big Tech all’inaugurazione della presidenza Trump mi fanno molto più paura di diecimila petrolieri e altrettanti produttori di armi alle inaugurazioni precedenti.
Perché sono loro che fanno il fine tuning all’algoritmo.
Eh sì. E noi siamo molto contenti. Io stesso non c’è sera in cui non mi rilasso scrollando le stupidaggini che passano sullo schermo.
La resistenza si fa in montagna
Come le storie di Barry Convex! E quindi cosa deve succedere? Come si cambia la situazione?
C’è chi va a cercare il posto sperduto in Sudamerica dove fanno la resistenza all’algoritmo non usandolo. La verità è che la resistenza si fa in montagna, dove stanno i fascisti… tocca capire dov’è la montagna dentro Facebook e TikTok, la resistenza va fatta là.
Fammi capire meglio.
Non posso fare resistenza al social network semplicemente uscendone. «Faccio la comunità perfetta dove lo vieto», «siamo tutti d’accordo che non ci andiamo», «nella città X decido che Airbnb non entra». Tanto non lo faremo mai tutti. Quindi bisogna stare dove stanno loro, dentro questi meccanismi, cercare di capirli e, può sembrare banale, spiegare alla gente quali sono. Una volta svelato il segreto di Morgana, e secondo me è l’unico modo per sconfiggerla, la fata svanisce, perché l’hai stanata. Quella più o meno è la missione dei prossimi anni. Sennò siamo rovinati.
Potresti fare il promoter del mio libro! Dico esattamente queste cose! Quindi, sono ovviamente d’accordo con te, ma… non è un po’ come svuotare il mare col cucchiaino? Non sei il vento, il sole… e non incidi neanche sul processo di rotazione della terra… Come fai ad avere un impatto sul mare usando solo un cucchiaino?
Paradossalmente, l’elemento da tenere d’occhio è l’acqua. Perché la volta che riesci a impedirgli di raffreddare quei cosi, sono finiti. Non so se domani avremo eco-terroristi che fanno saltare le cisterne per non far raffreddare i server di qualcuno, o se ci decideremo a considerare che non è giusto che il paesino X non abbia acqua perché hanno dovuto fare la server farm, e la server farm va raffreddata prima, e se avanza qualcosa lo mandiamo al paesino. In America è già successo, e tra cinque minuti succede da noi. Da lì magari diventa una cosa concreta. E magari cambia qualcosa.
Rispolverando qualche concetto dell’Ottocento: queste tecnologie verranno socializzate? Ci approprieremo dei mezzi di produzione, come diceva Marx? Andiamo tutti a casa di Musk e gli diciamo «senti, adesso quello che è tuo diventa nostro, lo socializziamo». Cosa ne pensi?
Non siamo pronti, diamolo per scontato. Perché levare la terra ai latifondisti, un tempo, era relativamente facile: «buongiorno, questo non è più tuo, arrivederci». Levare quello che è impalpabile è molto più complicato. Prima c’era la terra, poi le fabbriche: «ciao padrone, faccio sciopero». Adesso?
Foto: Alex Bresciani.
Chi è Christian Ruggiero
Christian Ruggiero è professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi al Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale (CoRiS) della Sapienza Università di Roma, dove insegna Sociologia del giornalismo e comunicazione politica e dirige il master in Media, comunicazione digitale e giornalismo. Dal 2008 coordina le ricerche dell’Osservatorio Mediamonitor Politica (nato nel 1994, diretto da Mario Morcellini), è responsabile scientifico dell’Osservatorio TG di Eurispes e coordina la rivista «Comunicazionepuntodoc».
Si occupa di televisione e politica, talk show, campagne elettorali e professioni giornalistiche. Tra i libri: Le sorti della videocrazia. Tv e politica nell’Italia del Mediaevo (Mondadori Università, 2014), La macchina della parola. Struttura, interazione, narrazione nei talk show (FrancoAngeli, 2014), Il calcio in tv. Storia, formati, ibridazioni (con Pippo Russo, Fausto Lupetti Editore). Ha curato il rapporto «Lo stato del giornalismo italiano» (FrancoAngeli, open access), realizzato dal CoRiS con la Fondazione Paolo Murialdi, FNSI, Ordine dei giornalisti, INPGI, Casagit, INPS e Agcom, la cui ultima edizione è stata presentata alla Sapienza nel febbraio 2026: una professione che invecchia, si precarizza e paga i suoi autonomi tra gli 11 e i 17 mila euro l’anno.
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Andrea Prosperi
Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».










