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Neurodivergenze

L’ADHD non porta alla depressione perché ti distrae. Ma l’irritabilità c’entra qualcosa.

Due coorti britanniche, diecimila ragazzi seguiti dall'infanzia ai ventisette anni. Quello che collega ADHD e depressione non sono i test cognitivi: sono l'irritabilità, l'ansia e — in adolescenza — la convinzione che «tanto non dipende da te».

Andrea Prosperi
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Quando mi chiedono cos'è l'ADHD, la risposta standard è un elenco di cose che non funzionano: attenzione, memoria di lavoro, controllo degli impulsi. È tutto giusto. Oggi però uno studio appena uscito sul Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry dice che, se vogliamo capire perché chi ha l'ADHD finisce più spesso in depressione, il tema forse è un altro.

Lo studio

Il gruppo del Wolfson Centre for Young People's Mental Health della Cardiff University ha lavorato su due studi longitudinali inglesi che seguono le stesse persone da decenni. Il primo è ALSPAC, i «Children of the 90s»: ha arruolato 14.541 gravidanze nella zona di Bristol all'inizio degli anni Novanta e da allora segue quei bambini, anno dopo anno, fino all'età adulta. Il secondo è il Twins Early Development Study, che segue oltre sedicimila gemelli nati in Inghilterra e Galles a metà degli anni Novanta: i gemelli si studiano perché, condividendo tutto o metà del patrimonio genetico e spesso lo stesso ambiente, permettono di distinguere quanto pesa l'eredità e quanto pesa quello che succede intorno.

Campione analizzato: 4.330 partecipanti nel primo, 5.859 nel secondo.

I sintomi ADHD sono stati misurati a 7, 12-13 e 16-17 anni; quelli depressivi a 12, 18-21 e 26-27; i possibili mediatori tra gli 8 e i 25. Mediatori di cosa? Sono gli anelli intermedi della catena, i fattori che stanno in mezzo tra l'ADHD di partenza e la depressione di arrivo e che potrebbero spiegare come si passa dall'uno all'altra. I ricercatori ne hanno messi alla prova otto: irritabilità e ansia da una parte; riconoscimento delle emozioni, inibizione della risposta, memoria di lavoro e attenzione sostenuta dall'altra; e infine due stili di pensiero, il locus of control esterno (l'idea che quello che ti succede dipenda dalla fortuna, dal destino o dagli altri) e lo stile cognitivo negativo.

Una cosa che di solito non si dice ma che qui è importante: le ipotesi erano depositate prima di vedere i risultati, in una preregistrazione pubblicata sulla stessa rivista nell'aprile 2025. Non è un dettaglio burocratico: è la differenza tra una previsione e una spiegazione costruita a posteriori.

I test cognitivi sembrano spiegare poco. Le emozioni molto.

Messi insieme, i mediatori spiegano il 30% del legame tra ADHD e depressione nell'infanzia, il 48% in adolescenza e il 34% nella giovane età adulta. Dentro quella quota, però, il peso è distribuito in modo sorprendente.

I fattori clinici — irritabilità e ansia — contano di più da bambini (30% in ALSPAC) e da giovani adulti (29%), e in TEDS arrivano al 46% in adolescenza. I fattori cognitivo-affettivi, cioè proprio quelli che misuriamo quando diagnostichiamo un ADHD, non mostrano un effetto di mediazione coerente in nessuna fase. La memoria di lavoro non è la strada che porta alla depressione.

L'irritabilità sì.

In adolescenza il meccanismo sembra cambiare.

Negli anni delle superiori a spiegare il passaggio sono soprattutto i pattern di pensiero negativo e il locus of control esterno: in ALSPAC arrivano al 39%. Detto più chiaramente: il ragazzo che ha passato dieci anni a sentirsi dire che non si applica, che è svogliato e che basterebbe impegnarsi, a un certo punto smette di credere che il risultato dipenda da quello che fa. E quando smetti di crederci, il carburante per provarci finisce.

E nelle ragazze è diverso?

L'associazione tra ADHD e depressione è risultata costantemente più forte nel sesso femminile, in entrambe le coorti. Lo studio non dice perché — non era disegnato per dirlo — ma l'ipotesi che gli autori mettono sul tavolo è quella che conosciamo: nelle ragazze l'ADHD si riconosce più tardi, spesso non si riconosce affatto, e quello che arriva prima della diagnosi è una spiegazione alternativa (è ansiosa, è permalosa, è troppo emotiva) che ritarda tutto il resto.

È lo stesso meccanismo di cui ho scritto a proposito del supereroe neurodivergente che non esiste: quando la cornice è sbagliata, la persona si adatta alla cornice.

Tre cose, per concludere.

Primo: si tratta di uno studio osservazionale. Mostra dei percorsi, non delle cause, e gli autori per primi chiedono ulteriori studi di approfondimento. E i sintomi sono misurati con questionari, non con diagnosi cliniche: vuol dire che ai ragazzi e ai genitori è stato chiesto, a scadenze regolari, quanto certi comportamenti li riguardassero, e che da quelle risposte è uscito un punteggio. Nessuno, in queste due coorti, è stato visitato per lo studio. Quindi non stiamo guardando «pazienti con diagnosi di ADHD» contro «pazienti con diagnosi di depressione», ma sintomi distribuiti lungo un continuum, in cui c'è chi ne ha molti senza aver mai avuto una diagnosi e chi ha una diagnosi senza spiccare nel punteggio.

È un modo di misurare più largo e meno preciso del referto.

Secondo: i bersagli che lo studio indica — irritabilità, ansia, il modo in cui uno si spiega quello che gli capita — sono bersagli clinici, e a intercettarli è chi ha gli strumenti per farlo. «Lo screening precoce di irritabilità e ansia nei bambini e nei ragazzi con ADHD» è, testualmente, quello che raccomandano le autrici.

Terzo: se ti sei riconosciuto nella parte sulla depressione, vai da uno psicoterapeuta o da uno psichiatra. Se invece la parte che ti riguarda è l'altra — la testa che non sta ferma, la reazione che arriva prima di te — è un terreno dove ti posso aiutare: che con l'ADHD si possa meditare l'ho scritto da persona che ce l'ha, e la tecnica STOP è quel secondo che ti infili tra l'innesco e la reazione. Se vuoi capire come, mandami un messaggio.

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Andrea Prosperi

Andrea Prosperi

Mindfulness teacher & trainer, scrittore e rapper (Barry Convex). Neurodivergente. Scrivo di tecnologia, mente e presenza. Autore di «Mindful Tech».